Horcynus Orca

di Anika Raskolnikovna Berenger

Il tomo di Horcynus Orca è sempre stato nella libreria di casa a Messina, enorme, bianco, con un’orca nera in copertina. Sin da bambina ciclicamente tornavo a guardarlo incuriosita quando salivo in mansarda, alla libreria: il titolo era strano, mi risuonava dentro come un mistero e le dimensioni del libro mi attiravano. Ricordo chiaramente quando da bambina chiesi a mia madre delle informazioni sul romanzo e lei lo definì “IL LE GI BI LE”, scandendo bene le sillabe. Pur avendoci quindi messo una pietra sopra, a volte ci tornavo, lo prendevo in mano, lo sfogliavo e sfogliandolo un giorno lessi gli ultimi versi. Quelle parole mi parvero un’epifania, la cosa più evocativa e lirica che avessi mai letto: non capivo perfettamente cosa significassero, anzi alcuni termini mi erano proprio alieni, ma erano dotati di una metrica, di un suono, di una evocatività che mi avevano ipnotizzata. Al punto che spesso li recitavo come fossero una poesia, li scrivevo come didascalia alle foto del mare, pur non cogliendone a fondo il significato.
Quando due mesi fa ho preso in mano il libro, dopo aver avvertito per settimane il suo richiamo, in un’inspiegabile urgenza di leggerlo, ho iniziato da pagina 1, lentamente, senza fretta, verso quei versi che avevo letto da bambina e che si trovavano dall’altra parte dello stretto, 1256 pagine dopo. Come se tutto questo enorme viaggio a cui mi accingevo altro non fosse che un libretto di istruzioni, o meglio un glossario, per capire a pieno cosa significassero quelle parole.

Horcynus Orca va letto proprio così: lentamente. Serve pazienza ma anche disciplina. Bisogna abbandonarvisi, come in quei giochi in cui ti lasci cadere all’indietro consapevole che il compagno alle tue spalle ti afferrerà in tempo. L’impatto col romanzo è traumatico: di colpo si viene catapultati in un altro universo linguistico, in un idioma nuovo che non è propriamente italiano ma non è neanche dialetto. D’Arrigo si è sempre opposto all’idea di inserire un glossario alla fine del libro. Si capisce benissimo, diceva, serve solo un po’ di pazienza. E infatti questa lingua orcinusa, che per le prime 20-30 pagine sembra così ostile e a tratti incomprensibile, col tempo diventa familiare. E inizia a dettarti il ritmo del respiro, mentre leggi, e a darti l’impressione di trovarti anche tu su una barca, in mezzo allo stretto, tra “bastardelli”, “magagne”, “reme calanti” e “reme montanti”. I periodi sono spesso lunghi, costruiti quasi come vengono pensati dai pescatori siciliani e non come andrebbero scritti, ci sono ripetizioni, vortici sintattici, ma alla fine l’onda si infrange sempre nella spiaggia giusta. E così col tempo si imparano parole nuove, che esistono solo quando apri il libro. Si impara che la più grande sciagura immaginabile è una “misdea”, che la morte si chiama “Nasodicane” o “Nasodicanemangiato”, che chi va per mare è “maremare”, che chi si lamenta fa un “dolidoli”, che una cosa delicata è “tangelosa”, che un pensiero può restare “acconchigliato” dentro, che i delfini sono “fere”, non hanno le pinne bensì “manuncule”, e sono le creature più subdole di tutte. Serviva una lingua nuova, a metà strada, per esprimere concetti nuovi, a metà strada.

Serviva questa forma per parlare di un periodo di tempo che è a metà strada, sospeso tra il non più e il non ancora. Il tutto si svolge in quattro giorni, la guerra è quasi finita, inglesi e americani occupano Messina, il vecchio mondo dei pescatori è quasi morto, il nuovo mondo però non c’è ancora. In tedesco c’è una parola “versetzt” che è la prima che mi viene in mente. Sfalsato direi forse, in italiano. Quello che avviene in Horcynus Orca è un continuo passaggio di stato che però non si compie fino alla fine: dall’animismo al naturalismo, dal vistocongliocchi al sentitodire, dal pre-greco, dal pre-cristiano, al cristiano, al civilizzato, dalla razionalità al pensiero magico, dalla vita alla morte. È la modernità che irrompe improvvisamente sull’isola, a bordo delle portaerei americane, e sconquassa Cariddi più forte di quanto facciano le bombe, distrugge la sua vita sempre uguale a se stessa da quattromila anni.
D’Arrigo ha impiegato 10 anni per scrivere Horcynus Orca e altri 15 per riscriverlo. Nonostante avesse Arnoldo Mondadori alle calcagna, voleva rivedere tutto il manoscritto per modificarne la lingua. Ogni parola è stata riscritta innumerevoli volte, ha corretto e ricorretto lo stile, il ritmo, il tempo dei verbi, ha riscritto interi episodi. Alla fine ne è uscito fuori, a mio parare, un capolavoro incredibile. Incredibile ma sconosciuto proprio perché di difficile accesso. Mentre leggevo, diverse volte ho pensato cazzo, se solo avesse scritto in una lingua più standard forse avrebbe avuto il riconoscimento che merita. Ma alla fine del viaggio so che Horcynus Orca è ad oggi la cosa più bella che abbia mai letto proprio grazie a come è stato scritto. Non c’era altra forma possibile per esprimere questo contenuto.
È come se il Giudizio Universale di Michelangelo fosse stato dipinto non al centro della città eterna ma in un paesino sperduto della Kamchatka, senza ferrovie e autostrade, perché solo lì avrebbe potuto avere senso, avrebbe potuto solo lì essere capito. E lì devi andarci a piedi se vuoi vederlo.
Ieri sera ho finalmente letto le ultime 50 pagine sulle quali da giorni cincischiavo. Volevo ritardarne la fine, volevo ritardare la morte che aleggiava in ogni sillaba già da qualche tempo. Ieri la morte è arrivata nel modo più inaspettato possibile, e mi sono ritrovata anche io su quella lancia, su quella barca di Caronte che solca le acque dello Stige per l’ultima volta, portandomi a casa, dall’altra parte. Quegli ultimi versi che avevo letto da bambina sono adesso chiari in ogni loro parola.

<< Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare>>.

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