Hannah Harendt e Rosa Luxemburg

di Francesco Fistetti

Nel pieno di una crisi politica dai tratti di una messinscena farsesca che annuncia una rissa elettorale all’insegna di “politica e menzogna”, rileggere il breve saggio di Hannah Arendt su Rosa Luxemburg può essere un conforto alla miseria dei tempi e un modo per resistere attivamente alla barbarie.
Pubblicato nel 1966 sul “The New York Review of Books” e riedito in forma di ritratto nel 1968 in Men in Dark Times, il saggio dedicato da Hannah Arendt a Rosa Luxemburg vede ora la luce a cura di Rosalia Peluso (Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Mimesis, Milano 2022). Si tratta della lunga recensione alla biografia della Luxemburg in due volumi scritta da Peter John Nettl, uscita nel 1966. Insieme con il saggio sulla scrittrice danese Isak Dinesen e con il volume composto da giovanissima sull’intellettuale ebrea tedesca Rahel Varnhagen, anche se pubblicato solo nel 1957, forma una sorta di trittico sul “genio femminile”, per lo più ignorato dalla cultura dominante. Il libro di Nettl risarciva la Luxemburg del mancato riconoscimento che seguì alla sua tragica morte (avvenuta durante la rivolta promossa dalla Lega di Spartaco a Berlino nei giorni tra il 5 e il 12 gennaio del 1919, uno sciopero generale contro il governo socialdemocratico della neonata Repubblica di Weimar. Il suo corpo fu straziato e gettato in un canale dai Freikorps di Noske). Forse, si chiede Arendt, questo mancato riconoscimento è dovuto al “triste fallimento della rivoluzione nel nostro secolo?”. Qui poco importa che la Arendt si rifiuti di discutere lo stereotipo di una Luxemburg marxista poco ortodossa, “talmente poco ortodossa da far dubitare che sia stata un’autentica marxista”. Il suo Accumulazione del capitale, stando a Franz Mehring, è, nota Arendt, un testo “impareggiabile dalla morte di Marx in poi”. La tesi in esso sostenuta è molto semplice: per spiegare il mancato crollo del capitalismo sotto il peso delle sue contraddizioni economiche interne, la Luxemburg ravvisò la causa esterna della sua continua crescita nell’espansione nei paesi pre-capitalistici, dove poteva ricominciare ogni volta il processo di accumulazione originaria descritto da Marx nel Capitale (saccheggio e predazione delle risorse) – e questo finché tutta la superficie della terra non sarebbe stata conquistata e divorata dalla logica del mercato. Se c’è un aspetto che accomuna la Arendt a Rosa, questo non risiede solo nell’essere entrambe delle intellettuali ebree appartenenti, come amava dire Arendt, alla famiglia dei “paria consapevoli”, ma proprio nel loro essere donne. Con accenti velatamente autobiografici, Arendt osserva che Rosa è stata coscientemente donna “in un paese che non le piaceva e in un partito che presto avrebbe disprezzato”: entrambe erano degli outsiders e, per questo, abbastanza estranee nel paese in cui vivevano e nelle organizzazioni in cui militavano. Ma al di là della solidarietà femminile di Hannah verso Rosa, il saggio non manca di evidenziare la libertà di pensiero della Luxemburg nei confronti della sinistra non solo tedesca, ma europea in generale. Il movimento socialista tedesco era in un vicolo cieco, poiché era diventato una sorta di “Stato nello Stato”, una comunità chiusa al riparo dal resto della società e, perciò, restia ad assumersi il compito di governare il Paese. Vale la pena, a questo proposito, di riportare il lucido giudizio della Arendt: “Questo vicolo cieco in cui si era cacciato il movimento socialista tedesco poteva essere analizzato correttamente da opposti punti di vista: da quello del revisionismo di Bernstein, che riconosceva l’emancipazione delle classi lavoratrici all’interno della società capitalistica come un fatto compiuto e chiedeva che si smettesse di parlare di rivoluzione a cui nessuno pensava; oppure dalla prospettiva di coloro che non erano semplicemente «alienati» dalla società borghese ma volevano effettivamente cambiare il mondo”. Naturalmente, Rosa apparteneva a questa seconda categoria di persone, animate da un forte “spirito rivoluzionario” che non intendeva arrendersi allo status quo. “Non intendeva passare la sua vita in una setta, per quanto grande fosse; il suo impegno per la rivoluzione era principalmente una questione morale: questo significava rimanere appassionatamente impegnata nella vita pubblica e negli affari civili, nei destini del mondo”. Non vi è ombra di dubbio che queste parole valgano anche per Hannah e per la passione per il mondo che nutrì fino alla fine dei suoi giorni, se proprio nella rivoluzione ungherese del 1956, soffocata nel sangue dai carri armati sovietici, la Arendt vedrà ancora il “tesoro nascosto” della rivoluzione consiliare del 1919 che si era tragicamente conclusa con il barbaro assassinio di Rosa e dei suoi compagni.

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