Gustavo Mariani

di Roberto Neri

La foto di uno squadrista caduto durante una spedizione ci riporta ai “fatti di Empoli” e al clima di reazione che si respira nella primavera di centocinque anni fa in Toscana.

Oggi la storia di quei quattro mesi che, dalla fine di febbraio alla fine di giugno del 1921, videro il fascismo vibrare il primo e più pesante colpo alla democrazia della regione, pochi la conoscono. Poche anche le immagini, che in larghissima parte sono di camicie nere e delle loro parate, conservate come reliquie e molto diffuse in rete dal profluvio di siti web fascisti.

Tra queste, la salma della foto che è di Gustavo Mariani, 22 anni, commerciante di Pescia e arrembante squadrista; il 3 marzo 1921 siede su uno dei camion di camicie nere che stanno rastrellando la zona di Empoli, e che quel giorno si ritirano da Fucecchio alla fine di una spedizione. Mariani viene colpito da una delle ultime fucilate esplose dai fucecchiesi.

Ma perché le bande di gente armata come Mariani, bande illegali in teoria, sono libere di piombare nei borghi toscani? Perché tocca ai cittadini improvvisare una difesa? Cos’era successo prima? Se vogliamo fissare un inizio, la vicenda che porterà ai “fatti di Empoli” e al decesso di Mariani cominciava nell’autunno del 1920.

Si votava per rinnovare i consigli comunali e provinciali anche in Toscana; erano le prime elezioni amministrative dopo la Grande guerra.
Nella provincia fiorentina in oltre 50 comuni su 70, compreso Empoli, vinceva il partito socialista (PSI), lo stesso che l’anno prima aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti alle elezioni politiche nazionali ma non era entrato nel governo.

Per vanificare con metodi illegali  il successo del PSI, dall’autunno 1920 saliva alla ribalta nazionale il movimento fascista. In Toscana a capo delle squadre d’azione c’era uno dei fondatori, Dino Perrone Compagni, 41 anni, nobile fiorentino decaduto, che da quel momento avviava un’offensiva militare organizzata contro le amministrazioni dei Comuni socialisti della regione.

Le autorità preposte all’ordine pubblico e le forze armate non si opposero allo squadrismo con la dovuta e necessaria determinazione. Quelle toscane addirittura collaboravano, in molti casi, con le camicie nere; emblematici, come accennato, i fatti accaduti ad Empoli.

Qui il 1 marzo 1921 l’assalto alla città avveniva in sinergia tra bersaglieri e squadracce della regione. Era successo che nei giorni precedenti c’erano stati a Firenze l’omicidio del sindacalista Lavagnini e la conseguente insurrezione del quartiere popolare di San Frediano, repressa nel sangue. Per protestare contro tali episodi era iniziato uno sciopero generale a Firenze e provincia.

L’agitazione, massiccia tra i colleghi di Lavagnini, cioè i ferrovieri, portava il nodo ferroviario della città gigliata a bloccarsi; allo scopo di riavviare la circolazione per ripristinare il transito dei convogli da nord a sud, il 1 marzo una colonna di camion senza insegne lasciava Livorno diretta a Firenze, trasportando 64 marinai destinati a sostituire i ferrovieri in sciopero. I carabinieri fornivano la scorta.

Nel traversare Empoli la sua popolazione, memore della recente strage di San Frediano e convinta che quella colonna fosse l’ennesima spedizione fascista venuta, stavolta, a reprimere lo sciopero in corso, iniziava a sparare. Colpito, un camion sterzava bruscamente e si ribaltava, gli altri mezzi rispondevano al fuoco, raccoglievano quanti più militari del camion incidentato potevano e proseguivano.

Prima di riuscire a fuggire, restavano uccisi 6 marinai e 2 carabinieri nella zona tra porta Pisana, piazza Garibaldi e via del Giglio, a ridosso delle mura medievali ancora in piedi all’epoca. Di quei morti alcuni erano stati finiti a mani nude.

Due ore dopo, per ritorsione, Empoli veniva brutalmente attaccata da bersaglieri e fascisti che bruciavano le sedi sindacali, le attività cooperative e gli uffici dei partiti di sinistra. Avvenivano sparatorie impari coi cittadini, tra i quali si conterà un numero imprecisato di vittime.

Nelle stesse ore diversi empolesi, noti per la loro attività politica, cercavano di lasciare la città. La repubblica di San Marino inizialmente diventerà per loro un rifugio provvisorio. All’epoca per l’informazione dominante, che era in mano ai conservatori, Empoli divenne un paradigma di barbarie da estendere a tutta la sinistra toscana. 

Le forze dell’ordine arrestarono molte decine di abitanti, e i pochi amministratori del Comune rimasti in città. Negli stessi giorni la rappresaglia, oltre ad Empoli città, investiva il suo distretto; ad esempio il 3 marzo 1921 una scorribanda di camerati a Marcignana, frazione di Empoli, causava danni materiali e vessazioni sui paesani.

La stessa banda, attrezzata anche con armi da fuoco, si dirigeva poi a Fucecchio ma veniva respinta e il fascista Mariani, come accennato, moriva. Un successivo assalto ai fucecchiesi, supportato dai carabinieri, alcuni giorni dopo supererà ogni resistenza.

L’amministrazione comunale dovrà dimettersi. L’incauto tentativo di opporsi alle camicie nere verrà ritenuto una colpa gravissima di chi provò a farlo, una blasfemia da espiare in eterno.

Sempre ad Empoli infatti sei mesi più tardi, il 17 ottobre 1921, nel quartiere Pontorme in serata dagli squadristi verranno assassinati due abitanti; Ettore Gasparri, operaio, è una delle vittime. La doppia esecuzione segnerà l’inizio di una nuova offensiva in grande stile; per giorni camion carichi di armati pattuglieranno i dintorni.

Decine gli oppositori pestati, le sedi rovinate, i roghi. I carabinieri si uniranno alle spedizioni mentre rimanderanno le indagini sui due crimini del 17 ottobre, compiuti per “punire” la borgata di Pontorme; qui infatti la mattina durante uno scontro era caduto, ferito a morte, Italo Gambacciani, 16 anni, squadrista. A lui nel dal 1939 al 1944 sarà intitolata persino la squadra di calcio empolese.

Le vendette in camicia nera non finiranno mai; eccone un’altra.
Dopo aver sofferto 18 mesi di ingiusta detenzione preventiva, Cesare Bacchini, un antifascista della zona, verrà scarcerato nell’autunno 1922 in quanto accertato dagli inquirenti il suo non coinvolgimento nei “fatti di Empoli”, per i quali -innocente- languiva in cella da un anno e mezzo.

Però un diverso tribunale, squadrista ed illegale, ha già giudicato colpevole Bacchini; durante la sua prima notte a casa, dodici fascisti lo andranno a prendere, lo trascineranno in mezzo ad un campo, lo tramortiranno bastonandolo a sangue, spareranno a suo padre ferendolo gravemente, e pesteranno perfino sua moglie.

Complessivamente la giustizia per i “fatti di Empoli” del 1 marzo 1921 sarà severissima; nel 1924, cioè più di tre anni dopo l’accaduto, e col regime di Mussolini già ben insediato ma sempre abile ad atteggiarsi a vittima degli oppositori, 94 cittadini detenuti da tempo saranno condannati ad un numero spropositato di anni di galera.

Dino Perrone Compagni, capo storico delle camice nere toscane, in seguito (1930) raggiungerà la prestigiosa carica di prefetto; sarà uno di quei prefetti provenienti direttamente dallo squadrismo, e non dalla carriera  di funzionario del ministero dell’Interno.

Verrà perfino nominato senatore (1934). La sua appartenenza ai ranghi prefettizio e senatoriale lo salverà durante la breve stagione delle epurazioni dal fascismo, seguita alla Liberazione; dopo una breve detenzione verrà rimesso in libertà. L’ambizioso Perrone Compagni, definito anche “Granduca di Toscana” durante il regime, si spegnerà nel 1950. 

(scritto di Roberto Neri; foto dal blog “I caduti del fascismo”. Fonte principale del testo sono i giornali dell’epoca)

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