Grazie Professor Colapietra

di Armando Pepe

Caro Professor Raffaele Colapietra, la notizia della sua scomparsa mi ha colto di sorpresa, lasciando in me un segno indelebile. La conobbi, telefonicamente, a cavallo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, perché stavo facendo ricerche sulla storia di San Gregorio Matese in età fascista che si incrociava con la storia della Capitanata in età fascista per via di un uomo, l’avvocato foggiano Luigi Pedone. Mi mancava il nome di battesimo dell’avvocato, per cui, sapendo che lei era l’autore del significativo volume «La Capitanata nel periodo fascista (1926-1943)», iniziai a telefonarle, a cadenza fissa, fino al mese scorso. Dieci anni di conversazioni telefoniche, piene di spunti, riflessioni, suggerimenti bibliografici. Le letture che lei mi ha proposto sono numerosissime, legate ad aneddoti, succosi ed allo stesso tempo avvincenti. Ho percorso, grazie a lei, periodi di lunga durata, spaziando dal Cinquecento al Novecento, con la consapevolezza che la ricerca storica non ha limiti, perché tutto va indagato, sceverato, analizzato nei minimi dettagli.

Abbiamo parlato diffusamente della Reggia dogana della mena delle pecore, le cui preziose carte stanno nell’Archivio di Stato di Foggia. Grazie a lei, anni fa andai a Foggia e di sera l’aggiornavo sulle mie ricerche, sui ritrovamenti di cose matesine. Lei con affabilità e concretezza, tratti distintivi del suo carattere, sapeva porre il tutto in una chiave comparativa, registrando il dato e confrontandolo con altre realtà. Si entrava nella carne viva della ricerca storica, nel saper scomporre i dati, disaggregandoli per poi ricomporli.

Ricordo il suo interesse sulla vicenda piedimontese che vide, su lati contrapposti, il vescovo Girolamo Maria Zambeccari e il duca Alfonso II Gaetani di Laurenzana. Lei aveva già studiato la famiglia Zambeccari, perché un antenato del presule alifano era stato titolare della diocesi di Sulmona, nel Cinquecento avanzato. Le sue conoscenze necessariamente aprivano la mia mente a nuovi sentieri. C’erano sempre un libro da leggere e un nuovo archivio da vedere.

Le nostre piacevoli conversazioni erano incentrate esclusivamente sulla storia, anche quella locale, di cui lei era Maestro. Si può dire che lei abbia fondato l’«Abruzzesistica», dando vigore al ramo attraverso continue e sapide ricerche. Una microstoria che tocca temi fondamentali, che parla di fatti e di sostanza, a fronte di una storia globale che, a volte, si perde nel ragionamento fine a sé stesso.

Una curiosità di sapere, la sua, che non aveva limiti, andava oltre il dato fattuale, poiché sapeva plasmare e rifondere. Il suo nome era conosciuto da tutti, perché chiunque, per un motivo o per l’altro, si era imbattuto nelle sue abbondanti pubblicazioni.

 Si può dire che non c’è che campo della storia moderna e contemporanea che non sia stato toccato da lei. Dottrina raccolta in libri dai titoli evocativi, che parlavano degli aquilani d’antico regime davanti alla morte o delle mille e mille storie locali raccontate sempre con dovizia di particolari.

È andato, inevitabilmente, controcorrente, scontrandosi con il baronato accademico, dimostratosi irriconoscente, ma ha avuto tanti amici, il sostegno della gente. Ricordo una foto di lei, in occasione del suo ottantesimo compleanno, circondato da un centinaio di amici in un ristorante. Chi la conosceva le voleva bene.

Grazie a lei ho appreso aneddoti sui grandi storici italiani, da Giuseppe Galasso a Rosario Villari, che lei definiva il più arguto geniale. Lei, che sapeva vedere il tanto nel piccolo, è stato un uomo raro.

Ricordo i suoi modi di dire, «Sia pure…», le sue passioni, la sua onestà intellettuale, la sua generosità, introvabile altrove. Ultimamente si parlava di brigantaggio in età napoleonica e lei mi ascoltava con vivida curiosità. Voglio ricordarla così, attento e preciso, concreto e generoso. Grazie professore per ciò che mi ha donato; mi permetta di abbracciarla metaforicamente.

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