Goffredo Fofi

di Vincenzo Trione

Napoli, metà anni novanta. All’epoca, ero un giovane critico d’arte de “Il Mattino”. Antonio Biasiucci mi aveva presentato Goffredo Fofi, un punto di riferimento nella Napoli di quegli anni. Un pranzo alla Campagnola, una trattoria in pieno centro storico dove tutt’ora vado. In quel periodo l’ho incontrato spesso. Ricevevo una sua telefonata e lo raggiungevo nella sua casa napoletana piena di libri. Mi sentivo sotto giudizio. Sentivo che mi trovava troppo borghese. A lui piacevano scrittori e registi che a me non piacevano, e viceversa. Già all’epoca mi sentivo distante dalla sua visione ideologica e manichea della cultura. Ero lontano anche dalla sua scrittura spesso involuta. Ma era una meraviglia ascoltarlo parlare. I racconti. La Morante, Pasolini, Bene. Ho apprezzato la sua capacità nel riscoprire figure e momenti guardati con superficialità (da Totò a Nino D’Angelo). Il suo talento nello scoprire talenti (fu lui a presentarmi un giovanissimo Roberto Saviano, in occasione della presentazione di un libro di Ruggero Savinio). La sua onestà intellettuale. La sua generosità. La sua abilità nel muoversi tra letteratura, cinema, teatro (non aveva occhio per l’arte). Il suo credere nel valore civile dell’impegno, nel potere della critica. Era ancorato ai modelli del Novecento. Sotto la maschera del cultore di ogni fenomeno inedito, si nascondeva un temperamento nostalgico, voce di una civiltà arcaica, contadina. Non lo sentivo da anni. L’ultima volta avevamo parlato di John Berger, tra le poche passioni comuni. #goffredofofi

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *