Giovanni Segantini

di Alessandro Vivanti

Pensando a mio padre e alla fuga in Svizzera, in Engadina a causa delle persecuzioni antiebraiche fasciste, non ho potuto fare a meno di ricordare il pittore Giovanni Segantini, morto a soli 41 anni per peritonite 123 anni fa, il 28 settembre 1899 sul monte Schafberg sopra Pontresina, mentre stava lavorando al quadro centrale del suo trittico alpino.
Nato il 15 gennaio del 1858 ad Arco, in Trentino, in realtà il suo cognome era senza la “n” che fu aggiunta più tardi per assecondare il soprannome “Segante” con il quale Giovanni fu chiamato dai compagni dell’Accademia di Brera.
Fu nel 1879 l’incontro con Vittore Grubicy, mercante d’arte a livello internazionale, con cui instaurò un rapporto di amicizia e di lavoro che s’interromperà nel 1889.
Nel 1880 si trasferì in Brianza dove rimase fino al 1886, con la compagna di tutta la vita, Bice Bugatti, in seguito madre dei suoi quattro figli. In questa fase Segantini lavorò a un graduale superamento della formazione accademica, con opere che echeggiarono ancora gli influssi dell’ambiente lombardo. Quando nel 1886 si trasferì a Savognino, nei Grigioni, l’attenzione al paesaggio si impose. Anche in seguito ai consigli di Grubicy, sempre aggiornato sulle novità e sul mercato internazionali, adottò la tecnica divisionista. La adottò personalizzandola con l’uso di una pennellata striata, a fibra lunga e stretta. È lo stesso Segantini a sottolineare l’importanza dell’accostamento di colori puri per ottenere “la luce, l’aria, la verità”.
Fu però soprattutto il paesaggio montano con la sua luce intensa che portò l’artista a un nuovo linguaggio pittorico. Spesso arricchì di un contenuto simbolico i paesaggi alpini meticolosamente osservati, in modo da creare visioni pittoriche allegoriche di rara luminosità. L’allontanamento dalla pittura realistica di genere avvenne in una fase di crisi in tutta Europa.
Dopo otto anni di soggiorno a Savognin, si trasferì in Engadina con la sua famiglia, forse anche perché era perseguitato dai creditori. Nel 1894 prese in affitto lo Chalet Kuoni a Maloja. Anche qui l’artista, i cui dipinti erano tra i più costosi dell’epoca, mantenne il dispendioso stile di vita dell’alta borghesia milanese, sperperando così in breve tempo i guadagni considerevoli. I mesi invernali li trascorreva a Soglio in Val Bregaglia.

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