Giovan Battista Salvi, detto il Sassoferrato

di Roberto Cafarotti

La pittura del Sassoferrato divide. Molti sono coloro che lo apprezzano e altrettanti quelli che lo snobbano.

Io sono fra i primi.

Ma capisco chi vede nella sua arte poco più di una leziosità stereotipata. Le sue Madonnine possono risultare oleografiche, come si diceva una volta, ovvero legate a schemi precostituiti dell’arte religiosa e devozionale. In altre parole: priva di originalità e talento.

Io, però, la penso in maniera opposta e tenterò di spiegarne il perché.
Giovan Battista Salvi, detto il Sassoferrato dalla località marchigiana in cui nacque, vive nel Seicento, ovvero nell’epoca piena in cui il Barocco si manifesta per attendere ai dettami della Controriforma stilati dall’inflessibile cardinal Paleotti.

L’arte doveva ispirare i sentimenti religiosi più alti, essere priva di licenziosità, esaltare i dogmi cattolici e celebrare la santità dei martiri della fede, degli apostoli, di Cristo e della Vergine.

Non è che si potesse scappare più di tanto da questi vincoli.
Inoltre, il mercato delle opere d’arte ad uso religioso privato, le cosiddette opere devozionali di fronte alle quali i fedeli si inginocchiavano per trarre ispirazione e concentrarsi in preghiera, era fortissimo. Molti artisti, che non circuitavano attorno alle grandi corti o nei centri di potere politico e religioso, su questo mercato facevano affidamento per la loro sopravvivenza economica.

Gli artisti dovevano quindi campare. Il “tengo famiglia” ha sempre dominato e non solo l’arte. Per questo essi rappresentavano ciò che a loro veniva richiesto.
In breve, quando valutiamo un artista dovremmo sempre pensare alla realtà nella quale operava e al mercato a cui si rivolgeva. L’idea dell’artista bohemienne, libero da condizionamenti, tutto genio e sregolatezza, oltre ad essere sostanzialmente un mito, attecchirà nell’immaginario collettivo particolarmente solo nel tardo Ottocento.

Qual è allora la caratteristica che rende grande la pittura di Giovan Battista Salvi, detto il Sassoferrato?

In primo luogo, la raffinata qualità della sua tecnica pittorica. Le sue opere sono da godere rigorosamente dal vivo per poterne apprezzare quello che i dotti dell’arte chiamano “ductus pittorico”, ovvero la pennellata dolce e precisa, in una parola, la sua “mano” e il modo di stendere il colore.

Poi, la composizione è sempre perfetta. Le masse e i volumi dei quadri sono equilibratissimi. La sua radice marchigiana trasse da Raffaello e dal Perugino questo senso misurato della pittura. In particolare, dal Perugino, da cui trasse la lezione di disegnare con abilità le linee di definizione delle sue opere, sempre morbide e armoniose. Da Raffaello acquisì la nobiltà della composizione e la misura nel rapporto fra le forme.

Un’attitudine che il Sassoferrato saprà applicare sistematicamente alla sua arte, così che oggi molti lo considerano un Preraffaellita ante litteram.

Poi, il Sassoferrato ha un’enorme sensibilità del colore. Usa dominanti blu, rosse, qualche digressione su altre sfumature ma prevalentemente usa pochi toni. E riesce ad ottenere un effetto di incredibile intensità, più che colori i suoi sembrano smalti.

Un gusto, il suo, che certamente maturò da giovane nella bottega del padre, anch’egli pittore, il quale aveva una piccola fabbrica di maioliche smaltate, dove Giovan Battista crebbe assorbendo quegli effetti luminosi e brillanti del colore fissato sulle superfici lucide della maiolica.

Le sue composizioni non sono languidi volti espressionistici. Non ci sono occhi disperati alzati al cielo o madri dolorose che gridano la loro disperazione o braccia aperte che evocano dolori strazianti, come in molte altre opere di quella epoca che perdurerà per secoli creando uno schema compositivo spesso logoro, comunque stereotipato.

C’è un dialogo silente fra le figure. Lo vediamo in questo capolavoro. Lo disegnò seguendo un modello di Guido Reni ma riuscendo a farlo completamente suo. La Vergine è in contatto intimo e silenzioso con la sua creatura. Non conversano con le parole ma con un sentimento profondo di comunione spirituale.

Certamente la Vergine ha un’espressione coerente con la consapevolezza del destino di Gesù. Questo era parte del ruolo a cui l’immagine doveva compiere.
Ma, al di là di ciò, il Sassoferrato sa infondere alle sue immagini un calore umano puro, distillato nel silenzio. Un’atmosfera di sospensione del tempo in cui la luce assume una dimensione trascendente e si riflette nelle ombre morbide che avvolgono i volumi e ne manifestano l’equilibrio geometrico.

Non occorre che questo sentimento sia possibile solo nella rappresentazione di una divinità. Per capirlo basta che qualunque madre pensi a quegli attimi di intimo raccoglimento nella contemplazione del proprio bimbo, quando ci si sofferma nei momenti silenziosi, rari a volte, fra una pappa e un pannolino, ma così reali e densi di emozione.

Momenti in cui ci si sofferma ad osservare quella piccola creatura, quel miracolo di cui non sappiamo la provenienza ma è certa la sua tenera e assoluta presenza, una nuova vita così forte che condizionerà per sempre anche la nostra.
Guardando la propria creatura, mentre dorme fra le braccia, si partecipa a quello stesso sentimento mistico che Giovan Battista Salvi ci propone: la percezione del mistero, quello della vita che si compie, che si manifesta fra le braccia. Un momento di silenziosa riflessione che si compie in un attimo di eternità.

Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato (1609-1685)
Madonna col Bambino dormiente, (metà XVII), Olio su tela dim. 72×60 cm. Galleria Nazionale delle Marche, Urbino.

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