Giornalisti con il basco da parà

di Peter Freeman

Nella vita privata e in quella professionale ho conosciuto dei corrispondenti di guerra. Veri, non finti o abbarbicati nei lounge bar di qualche Sheraton di Saigon o Amman.
Queste persone avevano un pregio: sapevano di che cosa parlavano. Avevano visto la guerra, ne avevano percepito con chiarezza i suoni, gli odori, i colori. Non dicevano cazzate per darsi un tono.
Non ero sempre d’accordo con loro, su alcuni punti la pensavamo diversamente, a volte litigavamo, ma ascoltavo i loro pensieri con rispetto. Loro c’erano stati, in quei luoghi e in quei tempi.
Poi ci sono gli altri. Quelli che la guerra non l’hanno mai vista se non, appunto, dal lounge bar dello Sheraton di turno, un salto al briefing e il pezzo è bell’e che fatto. O quelli che non sono nemmeno mai stati in quei luoghi. Opinionisti a contratto, elzeviristi buoni per tutte le trincee dei dibattiti, purché posizionati dalla parte che più conviene.
Sono costoro a fustigarci in questi giorni, quelli che “felici i tempi in cui le famiglie erano orgogliose di avere un figlio caduto al fronte”, “l’Italia ha dimenticato come si combatte”. (mai combattuto, loro, se non per un adeguamento contrattuale).
Sono i peggiori. E l’elmetto che si sono calati è di cartone.

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