Gian Giacomo Ciaccio Montalto
di Cristina Cimminisi
La notte del 25 gennaio 1983, a Valderice, Gian Giacomo Ciaccio Montalto fu raggiunto dai colpi dei sicari. Una zona abitata, quella in cui viveva, eppure nessuno chiamò, nessuno intervenne. Il suo corpo rimase lì fino alle 6:30 del mattino, quando un cittadino ne denunciò la presenza. Questa è la memoria di un tempo in cui chi sfidava la mafia a Trapani lo faceva spesso da solo.
E Ciaccio Montalto era solo. Minacciato, isolato, senza scorta. Il suo isolamento divenne oggetto di interrogazioni parlamentari e dibattiti alla Camera, in cui si denunciò come, nonostante le minacce ricevute, nessuna richiesta di protezione fosse stata fatta dai suoi superiori.
La verità che Ciaccio Montalto cercava di fare emergere era troppo scomoda: indagava su traffici di droga e armi, frodi nella ricostruzione post-belice, adulterazioni vinicole legate a imprenditori collusi con le cosche, e scandali petroliferi che vedevano politici e mafia intrecciati. Il suo lavoro superava i confini di Trapani: le mafie che indagava arrivavano lontano, e lui le seguiva fino a dove i soldi e i traffici lo portavano, e fu ucciso proprio perché vide, capì e contrastò ciò che altri volevano continuare a nascondere. In Sicilia e fuori dalla Sicilia.
Il suo assassinio racconta una storia di coraggio, solitudine e responsabilità, ma anche di un contesto trapanese “grigio” , che ha condizionato (e condiziona) la storia di questo territorio. Ricordarlo oggi significa sapere da dove veniamo e quanto coraggio serva ancora per difendere la legalità a Trapani.
