Gehlen 2

di Gianluca Falanga

L’interesse americano per Gehlen, peraltro tutt’altro che entusiastico o derivante da diabolica pianificazione come viene spesso presentato, non era un fatto originale. E – tanto per sfatare subito uno dei numerosi miti fabbricati e diffusi dallo stesso Gehlen e dal suo entourage – non era nemmeno dovuto alla sua leggendaria funzione di “capo dell’intelligence militare” del Reich nazista sul fronte orientale né dai suoi fantomatici archivi nascosti e portati in dote ai vincitori. Il Fremde Heere Ost (FHO), creato durante la Prima guerra mondiale, era stata una struttura incardinata nello Stato maggiore dell’esercito e incaricata di elaborare per i generali i Lageberichte (rapporti situazione) circa il posizionamento e i movimenti sul campo dell’Armata rossa. Gehlen, a capo del FHO dal 1942 all’aprile 1945, aveva dunque diretto una struttura di analisi, la ricerca sul campo spettava ad altre strutture, in primo luogo l’Abwehr. E infatti, nel 1946, l’interesse americano si concentrò non su Gehlen ma su Hermann Baun, ufficiale dell’Abwehr, capo della struttura “Walli I” e in quanto tale coordinatore di tutte le operazioni di spionaggio e ricognizione lungo l’intero fronte orientale. Era Baun a fornire al FHO le informazioni da esaminare ed elaborare per lo stato maggiore e che Gehlen personalmente riportava ai generali e talvolta ad Hitler direttamente. E fu Baun, non Gehlen, che allora si trovava sotto arresto a Fort Hunt, a costruire la prima ossatura di quella che gli americani chiamarono Org X, poi “Rusty ” e poi “Zipper” e i tedeschi Organizzazione Gehlen. Baun era di un altro livello rispetto a Gehlen, parlava russo (era nato a Odessa) e conosceva bene l’Urss perchè vi aveva a lungo vissuto e lavorato presso strutture consolari in Ucraina, aveva notevole esperienza nell’organizzazione del lavoro d’intelligence e prometteva agli americani il recupero di almeno una parte delle reti informative impiantate durante la guerra in Europa orientale (operazione che peraltro non riuscì se non in misura assai modesta). Gehlen, come non tardarono ad accorgersi i suoi interlocutori americani, non solo non conosceva il russo, ma nemmeno era particolarmente competente in materia di spionaggio e le sue conoscenze sull’Armata rossa, sulla dottrina militare sovietica, sul sistema industriale sovietico, erano alquanto rudimentali e soprattutto superate, non aggiornate. L’archivio che aveva fatto nascondere consisteva in una cinquantina di cassette di metallo contenenti una selezione accurata di materiali e studi sull’Armata rossa che potevano tornare utili per attirare l’interesse degli Alleati, probabilmente in un’ottica di prosecuzione della guerra dell’Occidente (Alleati+Germania nazista) contro i sovietici. Al momento in cui Gehlen si offrì agli americani, quei documenti si rivelarono di modesto valore. Ciò non toglie che l’ex generale fu scaltro e abile a giocare le sue carte e come riuscì a screditare Baun fino a sfilargli l’organizzazione e l’appoggio degli americani lo leggerete nel libro quando uscirà.

Dicevo che gli americani non erano i soli a guardare con interesse agli “specialisti” tedeschi in tutti i campi, intelligence compresa, e si prodigarono per “accaparrarseli” o servirsene. Lo fecero anche i sovietici. Anche loro avevano il nome di Gehlen sulla lista degli elementi d’interesse ricercati, ma presero ciò che trovarono. Ai primi di settembre 1945 una squadra del NKVD arrestò a Nordhausen, in Turingia, l’anziano generale Walter Nicolai, nel mondo militare tedesco dell’epoca figura leggendaria: nel 1906-12 aveva organizzato a Königsberg il servizio informativo del comando generale del I Corpo d’Armata e il coordinamento del controspionaggio antirusso in Prussia orientale. E durante la Prima guerra mondiale era stato a capo del servizio segreto militare (III b) presso lo Stato maggiore dell’esercito. A ordinare la ricerca e la cattura di Nicolai era stato l’allora capo dei servizi sovietici in Germania, il generale sovietico Ivan Serov (sarà capo del KGB dal 1954 al 1958), che a seguito della lettura di un libro uscito negli USA nel 1941, “Total Espionage” dell’esule Curt Riess, si era convinto che Nicolai fosse una sorta di eminenza grigia dello spionaggio nazista e a capo di una potente e ramificata organizzazione spionistica tedesca operante su scala globale. Torchiato dagli agenti della polizia segreta staliniana, il 72enne generale deluse ogni aspettativa, spiegando che era in pensione da tempo e soprattutto che aveva lasciato i servizi nel 1919. I nazisti lo avevano tenuto lontano da incarichi di livello e nel 1939 Canaris aveva respinto la sua offerta di riprenderlo in servizio come consigliere. Tragicamente, gli uomini di Serov non gli credettero e dopo settimane di interrogatori se lo portarono a Mosca, dove agli arresti in una dacia alla periferia della città gli fecero mettere per iscritto tutto ciò che sapeva e ricordava della sua carriera e circa l’organizzazione degli apparati informativi nazisti. L’uomo non resse la fatica, gli strapazzi e i rigori del viaggio e della prigionia. Morì il 4 maggio 1947 nell’ospedale del carcere moscovita di Butyrka. Il suo corpo fu cremato e le ceneri sepolte in una fosse comune nel cimitero di Donskoj. La famiglia appresero delle circostanze della morte solo nel 1999.

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