Gabriello Chiabrera, savonese poeta barocco

di Fiorenzo Toso

Gabriello Chiabrera o se preferite Gabriæ Ciabrea (Savona, 1552-1638) fu celebrato ai suoi tempi come uno dei massimi poeti in italiano, e tale è ancora considerato per quanto riguarda il periodo in cui visse. Nel 1843 Giovambattista Belloro pubblicò sulla “Rivista ligure”, riprendendole da un manoscritto autografo, tre sue poesie (due canzoni e una stanza): questi componimenti vennero subito recepiti con entusiasmo nella città natale del poeta, dove si volle dimostrare attraverso di essi l’esistenza di una poesia, nella varietà locale, in grado di gareggiare per eccellenza con quella coeva che si produceva a Genova; in realtà, non solo il manoscritto le dà come composte, appunto, in “genovese” (e del resto la differenza tra le due parlate è minima), ma resta indubbio che Chiabrera, autore di assoluto rilievo nelle lettere italiane, non raggiunse nella sua lingua materna esiti altrettanto eccellenti. Lo ammise implicitamente egli stesso, attribuendo all’amico Cavalli, per il quale scrisse nel 1630 la prefazione alla “Cittara zeneise” il primato assoluto fra gli autori d’espressione ligure. Nondimeno, il suo tentativo di adattare in genovese la sonorità delle sue “canzonette” italiane diede qualche buon risultato. Qualche verso della “Canzone II” certifica l’indubbia qualità del tentativo chiabreresco, ma anche il suo carattere per così dire “sperimentale”. Tutto ciò induce a un rapido pensiero sulla fama e l’eccellenza artistica: pur collocandosi tra i maggiori poeti italiani fra Manierismo e Barocco, Chiabrera può essere serenamente annoverato tra i “minori” della letteratura in genovese.
Quando stavi ballando,
o bella, à ro giardin,
mi stava contemplando
ro tò bello morrin,
e assemeggiava
re masche cororïe
à re reúze sciorïe,
ra bocca à ri rûbin.
Ra fronte me pareiva
unna carma de mâ,
ra gora, quando neiva,
ra neive chi è nevâ;
ma ri belli eûggi,
per quanto ghe pensasse,
per quanto ghe çercasse,
non seppi assemeggià.
Aora ra tramontanna
me metteiva in pensiê,
e aora ra dïanna
pe ro seren dro çê
da peû dixeiva:
«Questi han superiô,
ma quello sò sprendô
lascia tutto inderrè».
Me missi ancora in mente
ro sô de mezo dì,
ma ben che o sæ luxente
ro mæ pensiê fallî,
perchè per sciòrte
se guardo ra sò spera,
comme veûzo ra ciera
no veggo da chì lì.
Non hà questo defetto
quell’eûggio tò seren;
ne dà sempre diletto,
sempre allegri ne ten:
sempre soave
fa sempre cädo cæro
tutto che comme læro
ròba ri coeú di sen.
“Mentre ballavi, o bella, nel giardino, io contemplavo il tuo bel visino, e paragonavo le guance colorite alle rose fiorite, la tua bocca ai rubini. La bocca mi sembrava il mare quando è calmo, la gola quella neve che è appena nevicata; ma ai begli occhi, per quanto ci pensassi, per quanto cercassi, non sapevo cosa paragonare. Ora andavo pensando alla tramontana, ora alla stella diana nel cielo sereno, ma poi dicevo: saranno forse più in alto, ma il suo splendore le supera certamente. Pensai ancora al sole di mezzogiorno, ma per quanto il cielo sia splendente, il mio pensiero falliva: se per caso guardo la sua sfera, appena mi volto non distinguo più nulla. Non ha invece questo difetto il tuo occhio sereno: ci dà sempre diletto, sempre ci tiene allegri. Sempre soave, fa sempre un caldo chiarore, tanto che come un ladro ci ruba il cuore in seno”.

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