Fuga dal Latino

di Devis Bellucci

Oggi pensavo che il maestro Miyagi di Karate Kid diceva:” Dai la cera, togli la cera” e ancora “Adesso dipingi steccato: su, giù, su, giù…” e poi “Ora dipingi tutta casa: destra, sinistra, destra, sinistra…” chiudendo la frase con: “Le cose non sono quello che sembrano”. Per l’ennesima volta negli ultimi dieci o quindici anni ho letto della fuga dal latino, del fatto che pochi ormai desiderano studiarlo, del ripudio verso le lingue che non si parlano più. Meglio dedicare il proprio tempo a cose più utili. Ad esempio, la fisica o l’informatica. Guardate, io vivo in mezzo alla tecnologia. Insegno ai futuri ingegneri, passo le giornate in laboratorio tra reazioni chimiche, microscopi e misure. Sapete, tra tutte le materie che ho studiato da ragazzo, quale mi ha aiuta di più nel mio lavoro? Quella che mi ha insegnato a dare la cera e togliere la cera. Il latino. Mi piaceva? In effetti poco. Credevo che fosse utile? Figuriamoci, con tutti quei verbi/regole/eccezioni da imparare a memoria! Eppure, grazie al latino ho imparato a non perdermi se non ci capisco niente, a non accontentarmi di ragionamenti privi d’anima, a cercare la struttura portante all’interno di un’architettura complessa. Ho assaporato il gusto della precisione quando è un valore aggiunto e non vezzo d’ansia e ho capito che un quadrato può sempre essere l’ombra di un cubo, quindi è bene ragionare a più dimensioni, senza fermarsi alle apparenze anche se sembrano perfette così. Il latino è matematica, limpidezza, musica. Al di là del lavoro, ha fatto bene al mio spirito perché mi ha insegnato a portare a galla le sfumature, a non arrendermi davanti a un problema su cui non riesco a trovare una quadratura, a dare un nome alle cose, le cose che appunto non sono quasi mai quello che sembrano. Se ti mancano le parole, ragazzi, il mondo esiste di meno. Se ti mancano le parole, c’è il rischio che qualcuno le trovi per te e te le appiccichi addosso.

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