Fortunato Nocera

di Vito Teti

In memoria di Fortunato Nocera. Persone e luoghi di Calabria.
Ci ha lasciato nella notte del 21 ottobre Fortunato Nocera, uno studioso curioso e documentato, un intellettuale che si è impegnato per far conoscere ancora di più e meglio Alvaro e la cultura dell’universo d’origine. Io vorrei ricordare la persona garbata e disponibile, l’amico attento, amabile e generoso. Lo ricordo con affetto, e lo ringrazio ancora come amabile compagno di viaggio in uno dei miei tanti “pellegrinaggio” compiuti per “Il senso dei luoghi”.
“Potamia è situata su una collina a due, tre chilometri da S. Luca.
Con Fortunato Nocera, segretario, ma soprattutto anima, della «Fondazione Alvaro», conoscitore di storia locale, scendiamo dalla casa di Alvaro verso il Bonamico. Percorriamo una delle tante piste che portavano nella montagna e a Polsi, a bordo di una utilitaria, che fatica ad avanzare nel letto di pietre.
Dal Bonamico si scorge in alto la collina con i ruderi di Potamia,
camuffati tra alti arbusti di stinco, lentisco e piante di ulivo, e più in alto, in una collina vicina, i ruderi di Pietra Castello, un tipico kastron di epoca bizantina, che svetta verso le nuvole, verso il cielo, verso le montagne, come Potamia. La macchina si ferma tra le pietre, quasi ai bordi del letto della fiumara dove non scorre acqua. Scendiamo e ci incamminiamo verso la collina. Sono le dieci di una calda mattinata dei primi di settembre di quest’annata torrida. Le pietre bianche e tonde luccicano, quasi. Sembrano buttate lì non a caso, non dalla natura, ma da una divinità che ha voluto dare un aspetto antropomorfo al paesaggio.
Capisco da dove derivino ad Alvaro le immagini delle pietre che
somigliano alle forme del pane. Mancano soltanto la fragranza e l’odore del pane, ma anche le pietre hanno un loro odore, un loro profumo. Anche le pietre, a rifletterci, sono state una ricchezza per questi luoghi. Ciccio Bartone, con me anche in questo viaggio, preferisce fare una passeggiata lungo il letto del Bonamico, studiare le pietre e le piante in mezzo alla fiumara. Fortunato ed io intanto cominciamo a salire. Dall’alto arriva una brezza, un venticello gradevole che attenua la calura. I ruderi della chiesetta di Potamia, man mano che saliamo, diventano sempre più nitidi e sempre più riconoscibili. Lungo la salita incontriamo resti di un probabile mulino, in basso e a mezza collina delle prime case dell’antico abitato. Le pietre con cui erano costruite sono quelle del fiume, ora nascoste da piante di lentisco che crescono numerose, abbastanza alte. Ampie macchie di lentisco rivestono il terreno, le pietre e i ruderi. Fortunato Nocera mi dice che queste bacche rossastre, somiglianti al mirtillo, venivano raccolte, pressate, ricavandone
olio per le lucerne, le lampade. Nei periodi di carestia e di fame,
ricordano ancora gli anziani, servivano anche come condimento delle misere pietanze. Siamo giunti in cima a un pianoro, a tre quarti della collina. Il colpo d’occhio è davvero suggestivo e illuminante. Da qui scorrono sotto gli occhi storie di devastazioni e di ricostruzioni, ferite della natura e ruderi che rimandano a mondi antichi e lontani. Le pietre bianche del Bonamico, osservate da quest’altezza, mi appaiono sempre più come le orme delle tante divinità passate qui, nel corso dei secoli. Quasi delle vie dei canti, come quelle degli aborigeni australiani descritte da Chatwin e queste, peraltro, erano davvero vie dei canti, le vie dei pellegrini che salivano a Polsi, in alto, verso la valle dove sorge, in mezzo ad un anfiteatro naturale, chiuso fra i monti, il santuario della Madonna della Montagna. In questa circostanza ogni paese aveva
i propri itinerari, le sue vie dei canti, le sue canzoni, i suoi balli, le
proprie «stanze», i ricoveri di accoglienza dove a Polsi i pellegrini
avrebbero trascorso il periodo della sosta.
[…]
Ed ecco ancora, in fondo, quasi alla confluenza del Bonamico con
il Butramo, i ruderi della chiesetta di San Nicola di Butramo, un tempietto bizantino, rilevato da Domenico Minuto, con abside che sporge sulla parete orientale, risalente, con ogni probabilità, al X secolo. Scorgiamo a poche decine di metri i ruderi della chiesetta di Potamia.
Si tratta di un edificio rettangolare con tre entrate. Per accedere
dalla porta d’occidente occorre salire una piccola scala, ora tutta diroccata. Il pavimento al centro dell’edificio è sprofondato. Si suppone che sotto la chiesa venissero seppelliti i defunti, calati attraverso una botola. Guardando verso nord sono visibili altri ruderi nascosti dalla vegetazione, soprattutto piccole piante d’ulivo. A circa quattrocento metri, un edificio in rovina sembra una torre d’avvistamento. Scendendo, Nocera si ferma, osserva le pietre conficcate nella sabbia. Ne scorge una con una strana forma, per giunta più luccicante. Prende un legno da terra e comincia a scavare la sabbia. Lo guardo curioso, non capisco bene cosa vuole fare. Scuote la pietra, la pulisce con le mani e mi mostra il coccio di una piccola anfora medievale con segni di smaltatura.
In tutti questi luoghi, non appena si affondano i piedi nel terreno,
affiorano resti e segni del passato. Viene in mente una considerazione di Alvaro: «In questa regione
povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali, è la natura che prende atteggiamenti d’architettura, l’opera dell’uomo che fa un tutt’uno con essa; quello che, attraverso terremoti, alluvioni, franamenti, ha resistito, natura, roccia, pietra, albero, uomo» (Alvaro 1967, p. 222). […] Il sole picchia, davvero, forte a mezzogiorno. Abbiamo dimenticato che a quest’ora, forse, anche qui tornavano i demoni dell’ora meridiana, l’ora senza l’ombra, a colpire donne, contadini, pastori che si facevano
sorprendere nel pieno della calura. Sarà per questo che l’uomo
incontrato ci ha avvertiti di fare attenzione al sole. Parlo con Fortunato Nocera di demoni e di streghe, di malie e di magari, della vita a S. Luca nella prima metà del Novecento. Poi mentre Nocera racconta dei rapporti tra le famiglie e del carattere inquieto del padre di Alvaro, improvvisamente mi dice: «Con Alvaro eravamo parenti alla lontana. Una mia nonna paterna era cugina di suo nonno. Le nostre famiglie si conoscevano e si frequentavano». Comincio a guardare con occhio diverso Nocera.
Sarà una mia suggestione, una mia proiezione, ma la statura
e il volto un po’ tozzo mi ricordano quelli dello scrittore. No, non
è qui la somiglianza: vedo camminare Fortunato con passo sicuro e
spedito, corto, ma veloce. È abituato alle camminate, a questi viaggi di disseppellimento delle rovine. Mi viene in mente la bella descrizione che Pietro Pancrazi (1990) ci ha lasciato di Corrado Alvaro che legge a Firenze il testo di Calabria.
«Parlava della sua Calabria, e calabrese restò. Con quella sua faccia che sembra un pugno chiuso visto di profilo, si pose di fronte alla sala e per un’ora disse il fatto suo… cosa su cosa e quasi con un senso di necessità. Ci aveva messo le mani dentro e sembrava intridere una farina, impastare un pane. Sparpagliava lontano le sue impressioni, i ricordi, i proverbi, le figure della sua terra, li lasciava andare; e poi a un tratto, con un accenno… della mano tozza, li raccoglieva, li ribadiva a sé. Riapriva, poi, la mano di taglio, a mezz’aria, e gli ridava la via. Diceva e tornava a dire (Pampaloni 1990, in Alvaro 1990a, p. XXXIV)»(Vito Teti, Il senso dei luoghi, Donzelli, 2004).

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