Fare storia con gli archivi

di Paolo Franzese

 “Fare storia”, espressione che costituisce il titolo di una raccolta di saggi curata da Jacques Le Goff e Pierre Nora pubblicata nel 1978, è un lavoro impegnativo, che comporta studio, pazienza, attenzione a quanto si è già detto e si sta dicendo sull’argomento prescelto. Fare storia servendosi di informazioni tratte dall’analisi di documenti implica anche l’assunzione della responsabilità di far luce su nuovi percorsi di ricerca documentaria o di segnalare nuove fonti o nuovi modi di utilizzarle. La storia non attrae soltanto gli addetti ai lavori, che conoscono e applicano criteri scientifici all’analisi delle fonti, che siano di prima mano o già arate da altri. La storia può costituire invece un fattore di vivo interesse anche per un pubblico meno esperto, ma dotato di curiosità e di sincera sensibilità e passione per il passato, che avverte il bisogno di conoscere il mondo in cui vive e le sue radici, vicine o lontane.

 Fortunate trasmissioni televisive, a volte caratterizzate da un’elevata audience, che trattano vari temi di storia, sempre più spesso fanno parlare direttamente storici di professione che, intervistati da giornalisti, espongono direttamente, e non tramite la voce o gli scritti di pubblicisti, i risultati dei loro studi a un vasto pubblico, senza dare per scontate conoscenze che solo gli esperti potrebbero avere, evitando le banalità e mettendo invece in evidenza quanto sia complesso e al contempo produttivo e promettente il lavoro di ricerca e di interpretazione delle fonti. Il vero storico sa che la verità non è patrimonio esclusivo e definitivo di nessuno, che il punto di arrivo dipende molto da quello di partenza e dal percorso che bisogna seguire e che ogni ricerca ben fatta sulle fonti ci permette di avvicinarci e di conquistare posizioni più avanzate, da cui altri potranno ripartire.

Fare storia “per tutti”, non solo quindi per gli addetti ai lavori, è allo stesso tempo anche rischioso, quando alla prudenza e alle cautele del metodo l’autore sovrappone o sostituisce una preconcetta linea di tendenza, che mira a persuadere più che a fornire strumenti di riflessione o a orientare su di sé la luce dei riflettori della notorietà e del mercato editoriale o a confermare opinioni soddisfacenti e gratificanti, rivolgendosi più “alla pancia” che alla mente di chi ascolta. Non fa propriamente storia chi vuol sostenere a ogni costo, senza misurarsi con la complessità e con la varietà delle fonti e senza tener conto delle opinioni altrui, una tesi utile a una determinata parte, culturale, politica o di altro genere.

Qualche tempo fa ha avuto un particolare sviluppo la storia locale, improntata alla concretezza e relativa a territori delimitati e circoscritti, sui quali reperire ogni pur minimo dato, guadagnando in profondità, non in estensione, e andando incontro alla curiosità di un ampio bacino di utenti, che con piacere sentivano parlare della propria città o della propria terra. Per evitare il rischio della frammentarietà e della reciproca non interoperabilità di questi studi, che difficilmente un demiurgo sarebbe riuscito a ricomporre in un mosaico dotato di coerenza e di senso complessivo, gli storici hanno raccomandato ai cultori di queste appassionate ricerche di non limitarsi a esplorare le fonti locali, perdendo di vista il contesto generale in cui le vicende particolari si collocano, e di far attenzione, senza precostituite limitazioni, alle relazioni fra centri e periferie e fra le stesse periferie. Analogamente si potrebbe giustamente raccomandare a chi si occupa di storia generale di far attenzione ai contesti locali e ai relativi studi, spesso condotti con metodo e indizi di processi storici di più ampio respiro. Autorevole esempio di positiva integrazione fra le due impostazioni costituisce, a mio avviso, la monumentale Storia dell’Italia moderna (1956-1986) di Giorgio Candeloro.

Promuove lo sviluppo della ricerca lo storico che non ignora la distinzione deontologica e professionale fra chi fa storia e l’archivista che predispone le fonti, al contrario di chi, magari esperto di storia, ma privo delle necessarie competenze archivistiche, impone a un complesso documentario disordinato la forma ritenuta più utile alle proprie ricerche o quella maggiormente accessibile a determinati profili di appassionati di storia.

In base al paradigma corrente, riordinare un archivio e renderlo disponibile a qualunque tipo di ricerca comporta invece un intervento non molto diverso da quello che si propone di fare un restauratore su un’opera d’arte. È l’imprescindibile lavoro, spesso lungo e faticoso, di ricostruzione delle vicende che ne hanno determinato la sedimentazione, di ricerca della provenienza dell’archivio e, se necessario, di identificazione dell’ordinamento da attribuire ai documenti che meglio possa riflettere le modalità con cui chi lo ha “prodotto” ha inteso conservare e tramandare memoria della propria attività e/o della propria vita. Proprio la corretta ed esauriente identificazione dei documenti, del loro significato e dei loro contesti di produzione può rendere necessario l’incontro di competenze differenti e quindi un’attiva collaborazione fra l’archivista e lo storico. Riordinare un archivio significa condizionare in modo determinante le possibilità della ricerca al suo interno. Fare storia e ricomporre e descrivere archivi possono essere attività avvincenti, ma, se intese ad allargare l’universo culturale, ad alimentare la coscienza civile e a sviluppare la sensibilità dei destinatari, comportano in ogni caso competenza e senso di responsabilità.

Al contrario degli archivi disordinati o privi di un inventario che ne descriva e ne illustri in modo appropriato ed esauriente l’intera struttura, quelli correttamente ricomposti e inventariati possono fornire un utile supporto a chi si occupa di storia, che in tal modo è messo nella condizione di poter valutare la funzionalità dei documenti alla sua ricerca. Un archivista sa bene quanto lavoro e quante risorse ci siano dietro i documenti messi a disposizione nelle sale di studio.

Come indica la sua etimologia, il documento, cartaceo o digitale, insegna qualcosa a chi sa interrogarlo ed è per sua natura sia veicolo di informazioni che strumento di relazioni fra soggetti diversi e a volte lontani.

Chi fa storia e indaga negli archivi sa bene che queste fonti costituiscono un immenso e difficilmente segmentabile reticolato, non un labirinto, di relazioni fra documenti e fondi, ciascuno dei quali rinvia ad altri materiali, vicini o lontani che siano. L’impossibilità di prevedere con esattezza i confini delle fonti archivistiche da analizzare, invece di scoraggiare lo studioso, ha in genere l’effetto di potenziarne le capacità e di proiettarne l’orizzonte di ricerca oltre il previsto limite spazio-temporale.

In sostanza, quando per fare storia è necessario partire o ripartire dagli archivi, la cooperazione fra l’archivista e lo storico può risultare determinante, se riesce ad attivare un fruttuoso scambio comunicativo, per progettare, qualificare, valorizzare ed esporre efficacemente i fondamenti e i risultati della ricerca.

 

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