Eugenio Riccomini

di Mario Calabresi

Nella notte di Natale se n’è andato Eugenio Riccomini, per tanti anni professore di Storia dell’Arte all’Università Statale di Milano. Una persona speciale verso cui ho un debito di gratitudine: mi ha insegnato non tanto la storia della pittura ma l’arte del racconto.
Aveva 87 anni, viveva a Bologna, e nessuno dei suoi studenti ha potuto dimenticarlo: le sue lezioni occupavano la più grande delle aule dell’Università, Riccomini era una vera e propria star e per trovare un posto alle sue lezioni bisognava arrivare un’ora prima. Aveva sempre il farfallino, un leggero accento emiliano e una capacità affabulatoria incredibile. Ricordo quando ci portò nell’Olanda del Seicento, nella pittura borghese di Rembrandt, Vermeer, Frans Hals. Ce li raccontò con una tale passione, in un modo così coinvolgente e vivo che io non ne ho dimenticato nessuno, come fossero davvero stati miei compagni di corso. Così quando li vedo da lontano, entrando in una sala di museo, li riconosco al volo e mi emoziono.
Due anni fa, dopo una visita al Louvre, mi sono procurato il suo numero di cellulare e dopo trent’anni l’ho chiamato per dirgli grazie. Grazie perché ha lasciato un segno indelebile. Non era stupito e la voce era brillante e intrigante come trent’anni prima. Gli ho detto che le sue lezioni hanno cambiato il mio modo di vedere l’arte, mi ha risposto che era esattamente quello che si prefiggeva nei suoi corsi: «Insegnarvi a godere dell’arte, non riempirvi la testa di nomi e nozioni, ma di vite, di storie e di un punto di vista».

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