Esterno Notte

di Helena Janeczek

Mi parlano bene di “Esterno notte”, c’è sotto casa, solo la seconda parte, fa niente, il cinema è bellissimo.

Lo troviamo vuoto per la calura che ha spinto la gente al mare, al lago, in piscina oppure la tiene sotto l’aria condizionata, povero cinema.

La scena dove mi accorgo che comincia a pigliarmi male è quella dove i brigatisti smitragliano sulla spiaggia, armi alzate al mare e a cielo, esaltazione scenografica. D’accordo, mi dico, tieni conto che è anche una serie tv, ci sono queste esigenze. Però anche dopo, nelle scene meno spettacolari, restano così: prevedibili, sopra le righe, didascalici nei dialoghi.

Quella che non reggo proprio è la Faranda o, meglio, l’attrice, povera, tenuta a farne una tragica sposa della lotta armata (le armi, questi simboli fallici), madre cattiva ma tormentata, superdrammatica sempre, invasata.
Abbiamo un problema con le figure femminili, penso, che non è solo un problema dei registi uomini, ma dell’immaginario. Se qualcun* ne parlasse, se qualcuno se ne facesse carico, e non per conformità a modelli più corretti, ma per amore della sfaccettatura, cioè della qualità estetica, sarebbe un bel passo avanti.

Calcolando che il Gifuni trasformato in Aldo Moro l’avrei visto solo verso la fine, ho chiesto alla mia amica se le spiaceva uscire da quel cinema. Una delle gestrici-bigliettaie ci è rimasta male: è piaciuto a tutti, la fine è bellissima. Mi dispiace, ho detto, a volta va così, anche se non ricordo l’ultima volta quando ho fatto un’uscita del genere. Hanno spento il film, visto che c’eravamo solo noi a guardarlo.

Questa non è una recensione a un film (o serie tv) di cui ho visto solo un’ora e che, lo credo, ha parti molto più convincenti. Magari lo guardo quando passa in tv, zappando via i brigatisti.
Però mai (o quasi mai) una volta che al cinema sembrano ragazzi che hanno imboccato questa deriva: dell’ideologia certo, del fanatismo, ma una delle varie derive che poteva capitare e che capitano ancora: nemmeno oggi mancano gli accecamenti che fanno gruppo, seppur dissimili. I terroristi al cinema vengono peggio dei nazisti, mi dico, con la letteratura va un po’ meglio. Ma “Gli anni di piombo” – nome di un film tedesco, usato per definire il periodo molto più lungo e pervasivo e per questo terribile della storia italiana – danno spesso l’idea che la loro rappresentazione somigli a un esorcismo: non a un atto di memoria riuscito che da un lato ripara dall’altro libera dal passato.

Ecco, io che sulla storia ci lavoro, suppongo anche perché corrisponde a un mio spauracchio, mi irrigidisco davanti a una narrazione della Storia a tenuta stagna, dove non arrivano gli spifferi del presente a rimescolare l’aria.

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