Essere di Frasso Telesino

di Monsignor Valentino Di Cerbo

Nell’estate del 1970 mi è stata offerta l’opportunità di andare a Filadelfia come vice parroco estivo (due mesi) della parrocchia (italo americana) Our Lady of Pompei, guidata da un parroco di origini irlandesi che conosceva benissimo l’italiano, ma si perdeva davanti alla lingua degli immigrati anziani fatta dell’80% di dialetto, 10 % di italiano e 10 % di inglese.
Per tale motivo invitava ogni anno un prete meridionale per visitare gli italiani anziani e soprattutto malati.
Ho vissuto così un’esperienza bellissima che, oltre a farmi conoscere l’America e a farmi ritrovare tanti amici frassesi, mi ha fatto scoprire un mondo di sacrifici, di nostalgia e di solitudine, per me inimmaginabile, di gente che aveva soprattutto bisogno di comunicare e di essere capita.
Penso di poter dire di aver confessato pochi peccati, ma di aver ascoltato tante lunghissime storie raccontate da chi (finalmente) “si scialava a parlare” perché si sentiva capito.
Il parroco era molto efficiente e organizzato: aveva un registro nel quale erano segnate tutte le famiglie della parrocchia. Appena gli rivelai le mie origini, mi indicò una giovane famiglia arrivata da poco in America da Solopaca che subito andai a conoscere. Erano giovanissimi. Il marito (un gigante poco più che ventenne, sempre stanco) mi parlava degli orari di lavoro pesanti e delle abitudini alimentari degli americani che prevedevano a pranzo solo un “senguicc”, che gli lasciava una fame tremenda per tutto il giorno, fino al rientro a casa per la cena.
Il parroco fu molto meravigliato che alla domanda “Da dove vieni?” non avessi risposto “Da Napoli o da Benevento”, ma “da Frasso Telesino”, il mio piccolo paese natale. Mi elogiò molto perché – commentò – non avevo vergogna delle mie radici. Penso spesso a questo episodio e mi dispiaccio un pò, quando leggo nella biografia di frassesi, autori di saggi importanti, accanto al nome e cognome, “di Benevento” o quando vedo citato il mio caro amico Mario Matera (che pure scrive accanto al proprio nome “frassese”, come “il poeta pugliese”.
Non si tratta di campanilismo ma del fatto che ognuno di noi è quello che è perché è nato “sott’a montagna ‘e s. Michele” ed è stato un bambino che ha imparato ad essere uomo grazie a quella gente semplice e onesta che gli ha dato la vita e lo ha avviato ai grandi valori dell’esistenza.

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