Erri De Luca

Claudio Vercelli

EDL – A me, in franchezza, Erri De Luca (EDL) mi è sempre stato ben poco simpatico. Ho letto, nel passato, diverse sue cose. In parte con un qualche fastidio. Divenuto crescente. Poi, dinanzi all’ennesima pubblicazione/promozione di una grande casa editrice (sfavillanti file di copie di volumetti posti all’ingresso della catena di librerie), desistetti definitivamente. Sentivo l’odore di un combinato disposto, ossia quella sorta di connection tra egotismo autoriale, promozione commerciale del brand, titillamento di un segmento di pubblico – quello progressista – che cerca oramai da tanto, troppo tempo, qualcosa e qualcuno a cui fidelizzarsi per non dovere affrontare la miseria di una quotidianità senza  orizzonte politico. Un pubblico, beninteso, con un certo portafoglio a disposizione.. Non troppo ma neanche troppo poco. (Nell’enogastronomia, ad esempio, certuni hanno imparato a spennare i polli nel nome di una nostalgia per l’”autenticità” che è solo il reciproco inverso del nativismo delle destre radicali: la ricerca di un Eldorado che, nei fatti,  non è mai esistito.) Un pubblico che, a conti fatti, è pieno di sensi di colpa, da colmare con qualche speranza verso sorti che non sono più magnifiche e progressive. Una quindicina d’anni fa, se non più, quando ancora pensavo di poter comunicare con lui, fui invitato a fargli da interlocutore in un’iniziativa pubblica. Dovevo “dialogare”, per l’appunto, con l’Autore (maiuscola). La partecipazione collettiva era da sold out (oggi, invece, dubito che si potrebbe bissare). Abituato come sono ad essere presente a colloqui con il pubblico, debbo riconoscere che quella serata fu per me, in più di trent’anni di “onorata carriera”, estremamente frustrante. EDL non parlava, oracolava. Le parole gli uscivano dalla bocca come scarti di una sorta di stipsi comunicativa. Sembra fottersene dell’afosa presenza di astanti. Che invece pendevano dalle sue labbra, cercandovi consonanti e vocali da abbinare in una sequenza logica. Quasi profetizzava, a brandelli di frase, in una sorta di laico messianismo della comunicazione letteraria. Inutile nasconderlo: mi esasperava. Quando poi disse che la “sua generazione” aveva pagato il maggiore tributo alla storia (riferendosi al terrorismo), lo avrei voluto strozzare. Tuttavia, proprio per il lordo (e non al netto) di tutto ciò che stiticamente andò centellinando, non mi parve falso. Credeva in quello che per lui, evidentemente, era uno stile di vita. Ruvido come le sue mani e il suo volto. Aveva convertito la sua trascorsa militanza politica in una fertile affermazione individuale. Non so quanto veramente sofferta ma, in fondo, poco importa. Era una via di mezzo tra il profetismo dei tempi delle passioni tristi e l’ancoraggio all’affannosa ricerca di una roccia alla quale ancorarsi. Ammetto che fui fulminato, in quel mentre, anche dal vivido memento dalle performance di Corrado Guzzanti. Poiché tragedia e farsa si tengono spesso insieme. La cosa, però, non si risolse definitivamente in tali termini. Immaginavo che avrebbe fatto, prima o poi, dei coming out. Quello sul «sionismo» (ci sto scrivendo un libro sopra; non su EDL! Cosa avete capito?) si inscrive a pieno titolo dentro questa cornice scontornata.

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