Enrico Fermi

di Alessandro Vivanti

Ci tengo a ricordare un personaggio che a causa della legislazione razzista fascista del 1938, ritirò il Premio Nobel per la Fisica a Stoccolma dalle mani del re di Svezia Gustavo V (gli era stata comunicata la vittoria del premio un mese prima, il 10 novembre), ma partito con la moglie Laura Capon e i due figli, non tornò in Italia, ma attraverso la Danimarca, sbarcò negli Stati Uniti d’America.
La moglie Laura Capon (Roma, 16 giugno 1907 – Chicago, 26 dicembre 1977) – cugina della mia bisnonna Alice Orvieto D’Ancona -, era figlia dell’ammiraglio Augusto Capon e di Costanza Romanelli, una famiglia della borghesia ebraica italiana. Secondogenita di quattro figli (Anna, Paola e Alessandro), frequentò il Liceo-ginnasio “Torquato Tasso” di Roma nella medesima classe della sorella Anna, maggiore di un anno. Qui acquisì una solida preparazione umanistica, e al contempo manifestò una spiccata attitudine per la matematica che, dopo il diploma, si concretizzò nella scelta di iscriversi al corso di laurea in scienze naturali.
Nel 1924 conobbe Enrico Fermi, brillante promessa della fisica, che di lì a poco avrebbe ricoperto, proprio all’ateneo di Roma, la prima cattedra italiana in fisica teorica. Alla vigilia del matrimonio, celebrato il 19 luglio 1928 dopo un breve fidanzamento, Laura, che all’epoca era iscritta al terzo anno d’università, decise di interrompere gli studi per dedicarsi alla famiglia senza, tuttavia, ritirarsi a vita privata. Pur non esercitando alcuna attività lavorativa ufficiale, aiutò il marito nella stesura di un volume di fisica per le scuole superiori edito nel 1929, i cui proventi rappresentarono un indubbio sollievo finanziario per la giovane coppia. Nel 1931 nacque Nella e, quattro anni dopo, Giulio.
Le nozze con Enrico rappresentarono per Laura non solo la possibilità di entrare in contatto con un gruppo di scienziati, i cosiddetti “ragazzi di via Panisperna”, allora impegnati in un settore di ricerca d’avanguardia: lo studio del nucleo atomico; ma anche l’opportunità di essere a fianco del marito in importanti eventi anche internazionali, come il Congresso Solvay del 1930, o di seguirlo all’estero in occasione di veri e propri tour scientifici. Nel 1930, visitò per la prima volta gli Stati Uniti, dove Enrico si era recato per un ciclo di conferenze ad Ann Arbor, nello stato del Michigan, mentre nel 1934 lo accompagnò in Argentina e in Brasile.
La scoperta della radioattività provocata artificialmente dai neutroni (scoperta che valse a Fermi il premio Nobel nel 1938) costituisce uno degli argomenti centrali del volume di divulgazione intitolato “Alchimia dei nostri tempi”, dato alle stampe nel 1936, che ripercorre la storia della concezione atomica della materia dai filosofi greci fino alle recenti indagini condotte da Enrico e dal suo gruppo nella prima metà degli anni Trenta.
Il deteriorarsi della situazione politica in Europa; le leggi razziali promulgate nel 1938 dal regime fascista che privarono i cittadini italiani di discendenza ebrea – e dunque anche Laura e la sua famiglia ne rimase coinvolta -, dei diritti civili nonché le difficoltà nel portare avanti una ricerca davvero competitiva che non fosse continuamente penalizzata dalla mancanza di adeguate risorse finanziarie, indusse la famiglia Fermi a lasciare l’Italia. La vicenda è nota: il viaggio a Stoccolma nel dicembre del 1938 per ricevere il premio Nobel fu solo la prima tappa di un viaggio ben più lungo e senza ritorno che portò Enrico, Laura e i figli a stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti.

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