Elezioni per il Quirinale

di Peter Freeman

Abbiamo talmente introiettato le ragioni e l’ideologia della tecnocrazia moderna da non rendercene neppure conto.
Nessuno impedisce a Mario Draghi o a qualunque funzionario dello Stato di diventare Presidente della Repubblica. A questo riguardo l’articolo 84 della Costituzione parla abbastanza chiaro.
Carlo Azeglio Ciampi non era un politico, se per “politico” intendiamo l’essere un prodotto della selezione della classe dirigente da parte dei partiti politici. Ciampi, la cui carriera si giocò quasi interamente dentro la Banca d’Italia, non fu mai parlamentare, eppure fu presidente del consiglio e due volte ministro del Tesoro e infine presidente della repubblica in un periodo (1999-2006) in cui il parlamento (gli eletti) aveva già perduto parte del proprio prestigio agli occhi dei cittadini.
Ora, non è mia intenzione allungare il discorso spiegando le radici e le cause della crisi della politica italiana e di come essa crisi si intrecci con identici processi in corso in buona parte delle società contemporanee. Sono però convinto che quella italiana abbia caratteristiche proprie e che dalla fine della cosiddetta “prima repubblica” le cose siano andate aggravandosi. Mai, nemmeno ai tempi di Tangentopoli, una classe politica è stata tanto biasimata quanto quella attuale e mai il suo livello medio è apparso così infimo. (su questo aspetto devo però dare conto del fatto che alcuni colleghi e amici la pensano diversamente).
Di tutto questo, della propria delegittimazione, la classe politica deve innanzitutto rimproverare se stessa, anziché abbaiare contro “l’anti-politica”. Aggiungo che nemmeno la società italiana è migliorata e che, forse, la qualità dei suoi eletti riflette quella degli elettori, ma riconosco che questo argomento può essere criticato come demagogico.
Resta il fatto che da Ciampi in poi la guida politica dell’Italia è stata sempre più spesso assegnata a figure che non erano il prodotto della selezione interna dei partiti politici. Potevano essere vicini a questo o a quel partito, potevano essere profondamente democristiani o liberali ma la loro carriera dentro le istituzioni – da Lamberto Dini a Mario Monti – si era svolta al di fuori dal parlamento e dai partiti, spesso trovando nella Banca d’Italia la levatrice del loro proseguo nel mondo della politica.
E’ pur vero che nella prima repubblica c’erano almeno altri due illustri esempi di politici che avevano iniziato la loro carriera nella nostra banca centrale: Luigi Einaudi e Guido Carli, uno liberale e l’altro democristiano, ma le condizioni della società italiana in cui avvenne il loro passaggio alla politica erano profondamente diverse da quelle odierne.
Da Maastricht (1992) in poi, il peso dell’Unione Europea nelle scelte politiche delle nostre istituzioni e nella governance dei momenti di crisi si è fatto sempre più rilevante e orientato in senso ordoliberale. Lungo questa direttrice si è formata una classe di tecnocrati alla quale è stata affidata la gestione dei principali processi di integrazione e di risoluzione dei conflitti, dalla crisi dei debiti sovrani del 2008 a quella del 2012.

Mario Draghi è uno dei più qualificati esponenti di questa nuova classe dirigente. Tanto più qualificato quanto è considerata scadente la classe dirigente dei partiti politici.
Non deve dunque stupire se il suo incarico alla guida del governo è stata immediatamente accolta da grida di giubilo, in un Paese piegato dalla pandemia e in procinto di vedersi assegnato dall’Europa un sostanzioso pacchetto di aiuti economici compresi nel Next Generation UE e inseriti nel bilancio europeo 2021-2027 la cui gestione si presentava tutt’altro che semplice, essendo subordinata a una serie di vincoli e condizioni.
La nomina di Draghi è stata un commissariamento di fatto del nostro Paese, e presentava vantaggi e ovviamente svantaggi. Tra i vantaggi c’era la possibilità di procedere a una modernizzazione dell’intero sistema italiano, giunto a un livello di inefficienza tale da soffocare ogni palpito di energia vitale. Inoltre questo sarebbe avvenuto accentuando ancor più il processo di sterilizzazione di ogni possibile conflitto sociale. Ogni scelta che ne è derivata ha visto al centro la salvaguardia, “whatever it takes”, della ripresa economica e la fuoriuscita dalla pandemia – il primo obiettivo è stato per ora raggiunto; il secondo no, perché i virus non riconoscono né interagiscono con le istituzioni. Tutto il resto veniva dopo e poteva attendere. Si è fatta un po’ di retorica sulla “green economy” ben sapendo che poi in sede politica, sia nazionale che locale, il potere di interdizione dei partiti politici avrà piena libertà d’azione quando si tratterà di disinnescare eventuali scelte in contrasto con la più piena e distruttiva libertà d’impresa.
Perciò ci siamo non solo consegnati a Mario Draghi e alle istituzioni finanziarie europee, ma ne abbiamo tacitamente accettato tutte le conseguenze, compreso lo smantellamento della rappresentanza politica. E perché mai non avremmo dovuto farlo, visto che ogni santo giorno la rappresentanza politica offre di sé uno spettacolo così indecente, con i suoi grotteschi balletti sulle “rose di nomi di alto profilo”? Anzi, possiamo raddoppiare la posta: mandiamo Draghi al Quirinale e mettiamo al suo posto a Palazzo Chigi qualche altro “civil servant” da lui indicato, un alto funzionario scelto dallo stesso Mario Draghi, va benissimo anche quella signora (certamente degna ogni considerazione) che attualmente dirige e coordina i nostri servizi segreti e di cui fino a oggi nessuno conosceva nemmeno il nome.
Poi potremo fare un ulteriore passo e stabilire che per la presidenza del consiglio dei ministri e quella repubblica si procederà tramite concorso di Stato e i relativi passaggi di carriera: l’anzianità senza demerito, come si diceva un tempo.

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