Drive In

di Paolo Landi

Leggo qui su Facebook che oggi a Milano in una università si celebra “Drive in, la trasmissione che ha cambiato la storia della televisione italiana”. In peggio, mi sento di poter dire (facevo il critico televisivo per il settimanale L’Europeo ed era un supplizio guardarla per recensirla: non sapevo mai cosa scrivere). Ma la televisione italiana è sempre la stessa da quando è nata, mi pare che nessuna trasmissione, tanto meno “Drive in”, possa arrogarsi il merito di averne addirittura cambiato la storia.
Poi, in un altro post, se la prendono con il doppiaggio al cinema, citando un frammento di Calvino che, anche lui, detestava i film doppiati, con molti prevedibili commenti su quanto sia invece meraviglioso scorrere i sottotitoli (in molti casi sciattissimi) per ascoltare gli attori (ai quali, ormai quasi sempre, si chiede di recitare in inglese, anche se sono iraniani) esprimersi nella loro lingua. Non so, tv e cinema sono le due forme d’arte in assoluto più popolari, mi pare uno snobismo esaltare uno show trash come pretendere di torturare le masse cui i film sono (sarebbero) destinati con i sottotitoli. Mi capita, di rado, di leggere un libro in lingua originale (nelle due lingue che conosco: inglese e francese) e anche, qualche volta, di vedere un film in lingua originale (come l’ultimo Woody Allen) ma considero questa fatica un privilegio, non la trasformo in una battaglia per imporre ad altri le mie preferenze.

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