Diritto allo studio e Università

di Pasquale Palmieri

Il semestre si avvia lentamente verso la fine, con le aule ormai quasi vuote e le stanze virtuali di “Teams” sempre più piene di persone che seguono a distanza. Ieri ho fatto lezione (laurea magistrale) a un solo studente, mentre altri 15 erano connessi da casa, contagiati dal covid, imperterriti nell’usare le loro pause dal lavoro per partecipare al corso, sfiancati dagli interminabili viaggi in autobus o treno per raggiungere Napoli. Ogni tanto passeggio fra i corridoi della Federico II e approfitto delle porte socchiuse per vedere quello che accade nelle varie aule. La situazione è quasi sempre la stessa e presumo sia comune alle istituzioni che ospitano moltissimi fuorisede o pendolari: un docente che parla di fronte a un computer portatile, e 8 o 10 studenti seduti fra i banchi.

Non me la sono sentita di spegnere gli schermi a fine marzo, anche se l’ateneo aveva di fatto caldeggiato (senza imposizioni nette) questa scelta. Troppe persone mi hanno chiesto di continuare e non aveva senso ignorarle. In alcuni casi era materialmente impossibile, visto che il numero persone collegate da casa superava di gran lunga quello dei posti disponibili in aula.

L’uso a tempo indeterminato della piattaforma telematica non è una soluzione, certo. Ma questo non può autorizzarci a prendere decisioni a cuor leggero. Bisogna mettersi nei panni di chi l’università la vive, paga rette salate, affronta spese enormi per poter studiare, e ha intravisto – durante la pandemia – la possibilità di uscire fuori dal consumato schema dell’esamificio, di avere contatti più frequenti con docenti, colleghi, provando a intercettare l’aria che tira. Non basta vagheggiare un ritorno al 2019, e meno che mai risultano utili le decisioni calate dall’alto (“la smettiamo con la dad e voi tornate a far lezione dal vivo”). È invece necessario ripartire da questioni basilari, ormai ineludibili per stimolare le persone a muoversi fisicamente dentro il perimetro dell’università: alloggi, spazi condivisi, borse di studio, trasporti. Tutte cose che mancano oggi, in gran parte d’Italia.

Potevamo fare poco in due anni, ma siamo riusciti nell’impresa di fare meno di niente. Il dibattito pubblico ha altre priorità, ed è comprensibile. Ma dobbiamo almeno conservare il buonsenso di dire cosa accade fuori dalla cronaca bellica.

Non abbiamo alcuna idea di futuro per l’università e la scuola, e più in generale per l’istruzione superiore in presenza. Questi mondi stanno vivendo trasformazioni profonde, sotto gli occhi di una classe dirigente immobile, stralunata, incosciente, accartocciata su se stessa. Rischiano di diventare il triste ritratto di un paese allo sbando.

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