Digital Death

di Davide Sisto

Riordinando le mail, ritrovo un reperto (per me) storico. A fine 2015 scrivo a Mario Perniola per chiedergli consiglio sulla Digital Death. Lui, in Italia, era stato uno dei pochi a scrivere qualcosa sul tema, interpretandolo attraverso la lente della società dei simulacri. Ben tre anni prima de “La morte si fa social”, discutemmo proprio del titolo, che avevo già in mente e che apprezzò molto, inviandomi una serie di suoi brevi scritti. Tra l’altro, ho sempre amato moltissimo le cose che scriveva Perniola e il suo stile di scrittura (“Il sex appeal dell’inorganico”, per esempio, è un’opera che ho letto e riletto più volte). Tra il 2015 e il 2018 ci fu un altro docente torinese, l’unico in realtà, che quando gli spiegai questo mio personale progetto ne rimase colpito a tal punto da darmi dei consigli fondamentali per cercare di pubblicare un libro in una sede editoriale prestigiosa, ritenendo sprecata una collocazione – diciamo – canonica. Non lo nomino solo per una questione di riserbo, ma lui sa bene quanto gli sono riconoscente per questo.
A distanza di quasi dieci anni mi fa effetto rivedere i piccoli frammenti che compongono la base dello studio di un tema che ho contribuito a diffondere poi in Italia e all’estero, non solo in campo filosofico, e che continua a evolversi diventando oramai fondamentale all’Interno delle svariate interpretazioni del nostro rapporto con la morte, la memoria, la perdita e l’immortalità.

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