Declino dell’impero americano

di Salvatore Bottari

L’eco fragorosa delle vicende che stanno accadendo dall’altra parte del mondo, nello scacchiere asiatico, mi ha richiamato il titolo di un film canadese di quasi 40 anni fa, Il declino dell’Impero Americano di Denys Arcand. Non è un film che tratta di guerra e nemmeno di politica, ma di un ciarliero gruppo di intellettuali canadesi, e non è nemmeno un granché come film anche se non manca qualche spunto intelligente. Il punto però è un altro. Quando vent’anni or sono Bush junior decise di invadere l’Afghanistan i più – me compreso- lo ritennero inevitabile. Il regime dei talebani era complice di Bin Laden negli attentati sanguinari che colpirono gli USA l’11 settembre 2001. Personalmente avevo capito che i talebani fossero la feccia peggiore che infestasse il pianeta da quando alcuni mesi prima avevano distrutto i Buddha di Bamiyan. Chi distrugge l’arte e le storia, distrugge le vite. E’ matematica. Certo l’obiettivo era mettere fuori gioco Bin Laden e compari, infliggere loro una lezione durissima. In tal senso l’obiettivo fu raggiunto. Non vi è dubbio. Però chi ha la mia età ricorda come gli Usa e i loro alleati presentarono la missione in Afghanistan anche come qualcos’altro: la guerra dei paesi liberaldemocratici contro la peggiore brutalità fanatica dell’islam più violento e misogino. Una guerra contro le tenebre. Per carità la propaganda è sempre stata un’arma di guerra e tuttavia quella propaganda agiva non solo su noi, cioè sulle opinioni pubbliche occidentali che ormai abbiamo un po’ di pelo sullo stomaco e crediamo alle cose fino a un certo punto. Quella propaganda agiva su quelle donne, su quegli uomini su quei vecchi e su quei bambini afghani che hanno creduto di poter vivere un’esistenza diversa e guardavano gli occidentali come liberatori. Si è tentato, non so con quanta convinzione, di far germinare una forma di organizzazione civile e uno stato supportato dall’Occidente ma costituito da forze endogene. Dopo qualche anno quel progetto è stato progressivamente abbandonato da Obama, da Trump e anche con Biden la tendenza non è cambiata. L’attuale presidente americano è concentrato ad attuare una politica interna soprattutto socioeconomica opposta a Trump. E ciò è un bene. La politica estera , a parte pochi ritocchi, resta uguale. Ma il disimpegno asiatico dice molto di più. Come in un gioco dell’oca si torna alla prima casella e la realtà è che in Asia si sta consumando un capitolo della nuova guerra fredda strisciante tra Stati Uniti e , stavolta, la Cina. La Russia di Putin ormai è una potenza di secondo rango anche se l’assassino che guida quel paese ogni tanto emette un ruggito del coniglio. L’America si muove con prudenza in Asia e sembra voler lasciare spazio alla Cina . Dietro i talebani c’è la Cina. Quei 4 pezzenti smidollati senza un partner forte non avrebbero osato. Altro che Allah. Il colpo d’immagine per gli Usa è durissimo e ciò probabilmente incoraggerà la Cina al redde rationem con Taiwan. I tentacoli cinesi, peraltro, si allungano anche in Africa. Il sistema economico turbo-liberista impedisce di prendere severe sanzioni contro la Cina. Al contrario : non si può dispiacere ai nababbi americani ed europei che con il Moloch cinese fanno affari. Cade così anche l’ultima grande bugia che è diventata quasi senso comune da almeno 70 anni: Il liberismo economico significherebbe dialogo e democrazia, il protezionismo porterebbe alla guerra. In realtà questi automatismi non funzionano. Dell’Europa è inutile parlare; resta valido il giudizio espresso da un’europeista convinta come Emma Bonino 10 anni fa: “l’Europa è un gigante economico, ma un nano politico e un verme militare”.

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