D’Annunzio politico e diplomatico nell’interpretazione di Eugenio Di Rienzo


di Franco Cardini

“Passa un anno, passa l’altro e la storiografia sul D’Annunzio fiumano continua ad aggirarsi, con una certa monotonia, nel cerchio stretto di due vessate interpretazioni”. Bastano queste due righe magistrali, questa decisa e quasi brutale apertura di quella che si svilupperà per quasi mille pagine di serrata, eruditissima requisitoria, per metterci davanti all’Eugenio Di Rienzo, che conosciamo, implacabile distruttore di miti storiografici e maestro di weberiano disincanto. Con la sua ultima opera, D’Annunzio diplomatico e l’impresa di Fiume, edito da Rubbettino, siamo davvero davanti a un libro possente, a un’accurata e trascinante ricostruzione analitica di almeno tre anni di vita politica italiana che illumina di luce cruda eppure surreale anche tutto quel ch’era avvenuto prima (fino dal 1915) e che sarebbe avvenuto dopo (fino al 1945).
Il lavoro si apre con la presentazione e la contrapposizione di due tesi forti, fortunate e insostenibili entrambe, che passate al vaglio (o al tritacarne?) del rigoroso modernista emerito della “Sapienza” di Roma rivelano d’incanto tutta la loro inveterata fragilità, la loro irrimediabile inconsistenza. Da una parte D’Annunzio “inventore del fascismo”: lo sostenne uno che allora era un “mostro sacro”, Carlo Sforza, nel 1944; il quale affermò anche, mentendo, di non aver avuto mai rapporto alcuno col Comandante. Dall’altra D’Annunzio “democratico, libertario, socialisteggiante e addirittura bolscevizzante”, colui che già una volta aveva platealmente scavalcato i banchi della Camera dei deputati correndo “a sinistra, verso la vita”, come il Don Giovanni di Mozart che inaugura un ballo mascherato carnevalizio con uno stentoreo “Viva la Libertà!”: ma impietosamente Di Rienzo ci ricorda che “il Disegno di un nuovo ordinamento dello Stato libero di Fiume, promulgato l’8 dicembre 1920,…si rivelò essere, nei fatti, un semplice castello di carte”.
Certo, senza dubbio D’Annunzio – nonostante la sua iscrizione al fascio di “Fiume d’Italia” – fascista non fu mai, e che il fascismo fosse una “fetida ruina” non lo affermò certo in un momento di dubbio e di sconforto: fu semmai il fascismo ed essere dannunziano, ad esserlo fin troppo (non senza livoroso disappunto del Duce, che pur se ne faceva scudo e bandiera). E, quanto alla traccia lasciata dalla Carta del Carnaro nella storia immediata e successiva, se essa fosse stata meno labile la Lettera ai Fratelli in Camicia Nera redatta da Palmiro Togliatti, in piena guerra di Spagna, nel ’36, avrebbe avuto una differente storia. Qualcuno commenterà che in fondo il “rosso-e-nero”, il fascio-comunismo, fosse sempre alle porte, e che in fondo Antonio Pennacchi qualche ragione ce l’aveva…
Nel fittissimo labirinto di un quarto di secolo di storia d’Italia e d’Europa, Eugenio Di Rienzo si muove agilmente facendo scorrere tra le dita innumerevoli fila. Le vicende del rapporto fra interventismo, combattentismo e spirito rivoluzionario, nelle quali si muovono personaggi ingombranti come il “Capitan” Giuseppe Giulietti, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris o magari il Di Vittorio degli “Arditi del Popolo”. Poi la costruzione dell’”Antistato fiumano”, realtà eversiva fino a sfiorare l’amoralità-immoralità e a respingere l’idea stessa di una convivenza con la Chiesa cattolica e da inalberare la Bandiera del Libero Amore e nella quale, tuttavia, il domenicano Reginaldo Giuliani – futuro cappellano della Milizia ed eroe-martire della “guerra d’Africa” del ’35-36 – poteva “pre-fascisticamente” benedire pugnali e gagliardetti. Infine, il revisionismo inesorabilmente puntato contro il “nuovo ordine” imposto a Versailles dagli effettivi vincitori della prima guerra mondiale nel nome di un “Nuovo Ordine” anticapitalistico e anticolonialistico, della rivolta dei popoli poveri che pur avevano contribuito col loro sangue alla vittoria del 1918 e che ora il destino avvicinava ai vinti come i russi e i tedeschi e alle genti oppresse dalla tirannia e dallo sfruttamento colonialistici. E, in particolare, il ponte tra Fiume dannunziana e la Russia bolscevica che si annunziava coma una realtà concreta e determinante nella direzione di una politica adriatica e balcanica nuova.
Molte di queste istanze o di queste suggestioni sarebbero state riprese senza dubbio, più tardi, dal fascismo: compreso l’avvicinamento alla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Eppure, D’Annunzio da una parte, fascismo e nazionalismo dall’altra, finirono dopo il ’20-21 per imboccare strade divergenti se non opposte. Alla diffusa retorica che voleva D’Annunzio come un “nuovo Garibaldi”, voci autorevoli come quella di Napoleone Colajanni replicarono che il sofferto “Obbedisco!” garibaldino del 1866 era stato un tragico antimodello del “Disobbedisco!” dannunziano: e, con l’atteggiamento mussoliniano nei confronti del “Natale di Sangue”, si può dire che il definitivo divorzio fosse ormai compiuto.
Ciò non toglie tuttavia che una volta consolidato il regime si preoccupasse di fagocitare D’Annunzio, mito dannunziano e dannunzianesimo: i rapporti fra il Duce e l’ospite del Vittoriale continuarono in un clima agrodolce, a volte involontariamente patetico o ridicolo. Fra l’altro, il tenacemente antitedesco e a fortiori anti-hitleriano Vate cercò in ogni modo di arginare la crescente francofobia di Mussolini, sostituita almeno fino al 1938 – la situazione, da allora, apparve segnata da una di solito dissimulata schizofrenia da parte d’un Mussolini che si sentiva sempre più superato dal collega tedesco – da un’ammirazione altrettanto crescente per la Germania. In realtà, il cammino della “Rivoluzione fascista” fu, specie dopo la fusione tra fascisti e nazionalisti, sempre più segnato da un atteggiamento conservatore che marciava di pari passo con l’abbandono di quel che restava delle simpatie dannunziane.
Di Rienzo ha ben ragione quando sottolinea che tra un D’Annunzio ormai condannato all’esilio nella sua dorata prigione del Vittoriale e un Mussolini avviato – dopo la crisi del ’24 – a quasi tre lustri di continue affermazioni che lo condussero a un passo da quel potere autocratico che d’altronde (a differenza di Stalin e di Hitler) egli mai poté conseguire, la sconfitta di quegli e la vittoria di questi furono l’effetto di incontro-scontro tra un professionista della politica che non rifuggiva dal cinismo e un geniale dilettante che d’altronde continuò a perseguitare il suo falso amico fino all’ultimo istante. Nei sogni utopici della sinistra fascista, che Mussolini tornava di tanto in tanto ad accarezzare e a vagheggiare, lampeggia spesso il mito frustrato del “bolscevismo fiumano”. E non sembra davvero strano, a ben guardare, il paradosso secondo il quale le capitali dell’ultimo Duce, tra Gragnano e Salò, fossero “casualmente” tanto vicine a Gardone, e che Nicola Bombacci, in fondo, somigliasse tipologicamente tanto – nelle infinite diversità – a Giuseppe Giulietti.
Ma questo D’Annunzio politico, insomma, è poi legittimo indicarlo altresì, come Di Rienzo sceglie – “diplomatico”? O si tratta di un epiteto paradossale, provocatorio? L’esame prosopografico dei collaboratori del Poeta Soldato, l’escussione qualitativa e quantitativa delle fonti, il taglio dell’assunto politico dal Comandante privilegiato nel contesto dell’episodio fiumano quale aspetto della grande crisi in atto nell’immediato primo dopoguerra, fatti da Di Rienzo, dimostrano che molta parte delle sue scelte, oltre che politiche, furono appunto propriamente diplomatiche. D’Annunzio non ignorava che il punto debole dello “Stato” fiumano era la sua fragilità, la sua vulnerabilità: e coglieva d’altronde lucidamente che il centro politico di tutto il problema era la sua sopravvivenza, ancora prima – o magari anziché – il ricongiungimento alla madrepatria. È a un “patriottismo socio-esistenziale fiumano” che il Vate sembra tendere: magari per inserire il suo nuovo stato nel mosaico di una realtà adriatico-balcanica che sembra nascere, e rispetto al quale le egemonie italiana e serba non sono per nulla deterministicamente garantite. È un “futuro dogale” quello balenato a un certo punto della sua parabola nella mente del Principe di Montenevoso?

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