Cuori di tenebra

di Marcello Rinaldi

«Cuori di tenebra»
I Signori della Guerra che fecero l’impresa
di Marcello Rinaldi

Nel suo ultimo lavoro, Cuori di Tenebra. I Signori della guerra che volevano farsi re (Neri Pozza, Editore), Eugenio Di Rienzo offre un’analisi magistrale e dettagliata di una fase cruciale e spesso trascurata della storia del XX secolo: il periodo di anarchia e violenza che seguì la conclusione del primo conflitto mondiale e attraversò la lunga durata del bellum intestino russo fino al 1923. Di Rienzo, infatti, esamina puntualmente le conseguenze del crollo dei quattro grandi Imperi europei – l’asburgico, il russo, l’ottomano e il Reich tedesco – descrivendo questo evento come un “buco nero” della storia in cui il discrimine tra violenza pubblica e violenza privata venne meno.
In questo vuoto di potere, aggravato dalla caduta, nel 1912, della dinastia Ch’ing che dominava il più esteso agglomerato territoriale dell’Asia centrale, emersero i moderni Warlords: leader militari carismatici che, alla testa di eserciti raccogliticci reclutati tra la schiuma dei reduci, sans toit ni loi, della Grande Guerra, tentarono di instaurare domini personali tra le macerie dei grandi organismi sovranazionali, multi-etnici, multi-religiosi che aveva stabilizzato, con la ricerca del consenso e più spesso con la forza, il Grossraum eurasiatico.
Un “Grande Spazio»” che si dilatava dall’Alto Adriatico, all’Europa meridionale orientale, alla Transcaucasia, all’Ucraina, alla Russia meridionale, alla Siberia, agli altopiani del Turkestan, al rovente quadrante geopolitico dell’Afghanistan, del Tibet, della Mongolia e la provincia cinese dello Xinjiang. Un “Grande Spazio” dove si intrecciarono le biografie di cinque “Signori della spada”, definiti da Di Rienzo come “figli di un dio minore”, capaci tuttavia di avventurarsi in imprese larger than life, che il contesto post-apocalittico in cui si trovarono ad agire sembrava rendere possibili.
Il primo Signore della guerra ad entrare in scena, sul palcoscenico di Cuori di tenebra, è Gabriele D’Annunzio, per il quale la conquista di Fiume, contrariamente a una narrazione consolidata, aveva come obiettivo la creazione di un vero e proprio “Antistato”, indipendente dal Regno d’Italia, dilatato dai confini dell’Istria orientale al litorale dalmata e alle sue isole, governato secondo i principi dettati dalla Carta del Carnaro. Di Rienzo evidenzia la modernità quasi rivoluzionaria di questo esperimento costituzionale straordinariamente avanzato sul piano economico e sociale ma anche su quello della parità di genere (divorzio e suffragio universale concesso anche alla popolazione femminile) e dei diritti sessuali.
Lo Statuto della «Città libera di Fiume», infatti, conteneva, in nuce, il progetto di arrivare alla depenalizzazione dell’omosessualità allora considerata al pari di un crimine punibile con sanzioni penali in Austria, in Germania, nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nella Russia bolscevica, in quasi tutti i Paesi successori della Monarchia danubiana, dell’Impero degli Hohenzollern e dei Romanov, nella Confederazione Elvetica, nelle Nazioni scandinave, in Spagna, negli Stati Uniti e persino nel civilissimo Regno Unito, allora consideratala fonte battesimale del liberalismo occidentale.   
Pëtr Nikolaevič Vrangel’, il «Barone nero», l’ultimo comandante dell’Armata Bianca, che eresse in Crimea uno Potente indipendente dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica. Sulle orme dei suoi predecessori, Aleksandr Vasil’evič Kolčak e Anton Ivanovič Denikin, ma con maggiore intuito politico e maggior comprensione dell’epocale trasformazione segnata dalla Rivoluzione d’ottobre, Vrangel’ non intese, però, restaurare l’autocrazia zarista. Nella Penisola del Mar Nero, invece, instaurò una forma di governo liberale e riformista, concedendo piena libertà alla stampa e attuando una legge agraria, finalizzata allo smantellamento del grande latifondo improduttivo per parcellizzarlo e ridistribuirlo alla plebe rurale senza terra e ai piccoli e medi proprietari. Proibì ogni persecuzione contro gli ebrei, definendo l’antisemitismo «un veleno che per troppo tempo aveva corrotto l’anima russa», migliorò la condizione del proletariato operaio attraverso misure di assistenza e di perequazione salariale, incentivò la produzione agricola e manifatturiera con provvedimenti ad hoc e sgravi fiscali.
İsmâil Enver rappresentò una delle figure più influenti, carismatiche e problematiche degli ultimi anni del “Sublime Stato osmanide” che prese vita alla fine del XIII secolo. Militare di carriera, Enver divenne un eroe nazionale durante la Rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, che costrinse il sultano Abdul Hamid II a ripristinare la Costituzione del 1876. Con il colpo di Stato del 1913, poi, assunse il controllo effettivo dell’Osmanlı İmparatorluğu. insieme a Mehmed Talât, e Ahmed Djemal, formando il “Gabinetto dei Tre Paša”, di cui assunse la guida, dopo aver detronizzato Abdul Hamid e messo al suo posto il debole e incolore Mehmed V che di fatto regnò senza governare.
Divenuto Ministro della Guerra, fu il principale architetto dell’alleanza tra l’Impero ottomano e il Reich guglielmino, trascinando il Paese nel primo conflitto mondiale e facendosi promotore della pulizia etno-religiosa rivolta contro i Greci del Ponto e gli Armeni. Responsabile della catastrofica sconfitta disfatta di Sarıkamış, quando il tentativo di condurre un’offensiva invernale contro l’Esercito tedesco nel Caucaso portò all’annientamento di un’intera Armata ottomana, Enver, tuttavia, riuscì a respingere le forze navali anglo-francesi che, dopo aver varcato i Dardanelli ed essere penetrati nel Bosforo, miravano a raggiungere Costantinopoli, per costringere il Sultano, con la minaccia di cannoneggiare la città, a firmare una resa incondizionata.
Dopo la sconfitta ottomana nel 1918, Enver Paša fuggì a Berlino e poi a Mosca, meditando di resuscitare l’«Impero dei mille anni» attraverso l’unione di tutti i popoli di lingua turca dell’Asia centrale. Inviato da Lenin, nella Repubblica Sovietica Popolare di Bukhārā, per domare la rivolta islamista di un coacervo di gruppi etnici del Turkestan, denominati con l’appellativo di “Basmaci”, se ne mise invece a capo. Ma, dopo aver registrato notevoli successi, il 4 agosto 1922, sorpreso nel suo accampamento dall’irruzione di un Reggimento di cavalleria armeno fu trucidato dal comandante del reparto che non si curò neppure di seppellirne la salma.
Guglielmo Francesco d’Asburgo-Lorena, l’”Arciduca Rosso”, rampollo della casa regnante più antica d’Europa, assunse l’identità ucraina di Vasyl Vyšyvanyj nel tentativo di diventare sovrano di un’Ucraina indipendente. Di Rienzo ne traccia un profilo psicologico complesso e contradditorio, quasi inafferrabile. Quello di un uomo capace di passare dai colloqui riservati con Francesco Giuseppe e Carlo I d’Austria alle frequentazioni omosessuali nei bassifondi della bohème parigina. Dalla dalla guida di un’unità militare formata dai temibili Cosacchi zaporoghi e dagli animosi fucilieri galiziani, con il progetto d’instaurare una sorta di “monarchia socialista”, al ruolo di agente segreto versipelle contemporaneamente al servizio di Francia, Italia, Inghilterra e dell’Impero nipponico.  
Spinto da una “voracità da collezionista di sensazioni” e da un’ambiguità ideologica semi-patologica, Vasyl non esitò a simpatizzare e poi a collaborare con il regime nazionalsocialista durante il secondo conflitto mondiale e ad esibire pubblicamente i suoi sentimenti anti-ebraici pur di realizzare il sogno di fare della Ukrajina (letteralmente u-krajina, cioè “terra di confine”), una Nazione libera e una. E di quella scelta pagò il prezzo, nel 1947, quando, caduto nella rete dell’intelligence militare sovietica, fu condannato a venti anni di carcere duro da scontare in un penitenziario di massima sicurezza. Dove morì divorato da una recrudescenza del “mal sottile” contratto durante la sua giovinezza, aggravato dalle inumane condizioni ambientali della sua detenzione.
Roman von Ungern-Sternberg, Il “Monaco Guerriero”, convertito al buddhismo lamaista, discendente di famiglia baltico-tedesca, integrata nella nobiltà zarista, dopo aver partecipato alla guerra civile nei ranghi dell’Armata di Kolčak baltico capeggiò la “Divisione di cavalleria asiatica”, raschiando il fondo del barile della peggiore marmaglia del Turkestan, della Burazia e dell’emigrazione mongola, cinese, coreana, alla quale si aggiunsero Foreign Fighters giapponesi, inviati dai vertici del Corpo di spedizione dell’Esercito del Tennō , dislocato in Manciuria, volontari tibetani e afghani.
Grazie a quel coacervo di killer seriali, di briganti di passo e di seviziatori professionisti, ben prestò ribattezzata significativamente “Divisione selvaggia”, nel 1921, Ungern instaurò un regime di terrore in Mongolia. Ma tradito dai suoi stessi uomini, che durante un ammutinamento cercarono di ucciderlo, fu catturato dall’Armata Rossa e subì il “processo farsa” organizzato dalla Čeka a Novosibirsk, un vero e proprio prototipo delle purghe staliniane, dove Roman venne presentato come un mostro sanguinario degno di essere eliminato come un cane rabbioso. Esaminando i verbali del procedimento e in particolare la lucida argomentazione esposta dall’imputato in sua difesa, Di Rienzo mette in guardia, però, dalla definizione di Barone pazzo”, ormai divenuta vulgata lectio, cercando di distinguere tra l’indiscutibile propensione alla incontrollabile violenza dell’imputato e la costruzione posticcia della sua follia frutto della propaganda bolscevica.
Nelle ultime pagine di Cuori di tenebra, l’autore lancia un monito riferito alla più stringente attualità, sostenendo che oggi i Signori della guerra non sono più avventurieri solitari, ma le nuove e meno nuove Repubbliche imperiali (oggi la Cina, gli Stati Uniti, la Federazione Russa, domani l’India e la Turchia) che agiscono al di fuori della legalità internazionale. E sottolinea, con una conclusione certo non ottimistica che, escluso D’Annunzio, tutti i Warlords ritratti nel suo volume furono eliminati dalla Russa dei Soviet e che quindi, il ritorno all’ordine nelle “terre desolate”, che furono il teatro delle loro gesta, venne assicurato da una dittatura ancora più spietata e disumana di quella dei Regni effimeri edificati dal «Barone nero», da İsmâil, Vasyl, e Roman.

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