Cristo alla colonna

di Roberto Cafarotti

Il dipinto è fra i più prestigiosi presenti presso la pinacoteca di Brera. Ma dietro a quest’immagine si cela uno degli episodi più devastanti e dolorosi per la nostra Penisola alla fine del XV secolo. Uno di quegli eventi tragici che costò vite, patimenti, violenze inaudite, facendo rischiare all’Italia, allora un’aggregazione eterogenea di Stati e Staterelli, di soccombere intera al dominio di una delle più temibili potenze mediterranee. Gli alfieri del Rinascimento italiano sono universalmente noti nei tre grandi principali protagonisti di questo memorabile momento della storia dell’arte in Leonardo, Michelangelo e Raffaello Sanzio, in ordine di nascita. Ma ce ne fu un quarto, famoso ma meno celebrato rispetto gli altri tre, ma non per questo meno importante. Il suo nome è Donato Bramante. Lo conosciamo per le architetture rinascimentali di cui fu artefice, in particolare a Milano nella prima metà della sua vita, poi a Roma, dove fu l’architetto designato da Giulio II per l’ambizioso progetto di ricostruzione della basilica di San Pietro.

Come tutti gli architetti di quell’epoca, Bramante doveva avere le competenze e le abilità necessarie per essere anche un formidabile disegnatore e pittore.
Egli era nato a Fermignano, presso la città di Urbino, conobbe ed ebbe come maestri alcuni fra i maggiori nomi di quel periodo, come Piero della Francesca, L.B. Alberti, Melozzo da Forlì, Luciano Laurana e molti altri, tutti impegnati nella città per la realizzazione e decorazione del Palazzo del duca Federico da Montefeltro.

Alla fine del XV secolo Bramante si recò a Milano alla corte di Ludovico il Moro. Ciò gli consentì di conoscere Leonardo che in quel momento era al servizio del duca. I due grandi artisti strinsero amicizia e certamente Bramante assorbì la lezione artistica del grande pittore fiorentino. Attorno al 1490, Bramante produsse questa tavola per la grande abbazia di Chiaravalle. Unica sua opera pittorica che ci sia giunta. Il dipinto Rivela l’influenza di Leonardo nella precisione dell’incarnato, morbidissimo e delicato, nell’attento studio anatomico ma anche nella resa pittorica dei dettagli, così come per i delicati capelli dorati che insieme al pizzo ornano il volto del Redentore. La figura di Cristo ha un corpo perfetto, con particolari degni dell’arte fiamminga. Le pieghe del collo e nel braccio dovute alla corda sono dipinte con una resa estremamente realistica.

Il dominio della luce, che si alterna alle ombre, crea nel corpo di Cristo una forma modellata come una scultura classica sulla quale troneggia un volto sofferente.
Le vene, ottenute con la sovrapposizione di delicate velature, appaiono reali, turgide di vita pulsante; solo l’espressione e il sangue che gocciola insieme al sudore rivelano il dolore di Cristo. Quella misurata espressione di sofferenza è figlia di una moderazione che costituì una delle cifre caratteristiche del Rinascimento italiano. La ritroviamo in tutte le opere dell’epoca: le pale d’altare, le tavole devozionali. Un dolore accennato, contenuto ma evidente. Così doveva esprimersi nel Rinascimento la dignitas propria della figura di Cristo.
Ma a cosa è dovuto quel dolore che Cristo manifesta senza guadarci direttamente?

Il suo sguardo è volto verso l’esterno, alla sua sinistra, fuori dalla tavola come fosse indirizzato altrove, in un altro luogo, oscuro, dove non c’è luce. A sinistra vediamo una finestrella che si apre sullo sfondo. Sulla soglia, una pisside d’oro evoca il sacrificio eucaristico. Ma dietro, si intravvede spuntare la chiglia di una nave. Nel gioco grafico e prospettico, quella chiglia a mezzaluna sembra trafiggere quel Calice amaro destinato a contenere il sangue versato da Cristo. Fra il 1480 e il 1481 la potenza ottomana cercò di attaccare l’Italia, debole in quanto divisa e contrapposta politicamente, partendo dal sud, dal regno aragonese. Così, dal 1480 si consumò uno degli episodi più tragici della nostra Storia. Fu un evento drammatico e sanguinoso che procurò migliaia di vittime innocenti con violenze inenarrabili, facendo temere, dopo la precedente caduta di Costantinopoli nel 1453, un’imminente invasione e conquista dell’Italia.
Nella cattedrale di Otranto si conservano ancora oggi i resti scheletrici di ottocento vittime, che furono solo una parte di quella strage. Visitando la cattedrale si notano fra i molti crani esposti nel presbiterio alcuni piccoli teschi, appartenenti verosimilmente a giovani vittime, a dei bambini. Una vista drammatica che implora pietà, lasciandoci sgomenti di fronte ai segni di una tale ferocia.

L’attacco Ottomano nel Salento fu effettivamente di una gravità inaudita.
A conferma del rischio che corse la Penisola intera riporto che il papa Sisto IV della Rovere prese in considerazione l’ipotesi di fuggire da Roma per raggiungere Avignone. Chiaramente, quel volto di Cristo assunse in quel momento tragico un valore fortemente simbolico di sofferenza e aggregazione, per la Cristianità così in crisi. Bramante, allora al servizio del Duca di Milano Ludovico il Moro – che conservava anche il titolo di Duca di Bari – dipinse questa tavola dopo pochi anni da quegli eventi, ma il ricordo di quei momenti era ancora molto fresco nella memoria collettiva. Le navi, sullo sfondo della finestra a destra, si legano così al volto doloroso di Cristo mentre subisce alla colonna il suo supplizio.

Il dipinto simboleggia nella bellezza di quel volto e di quella magnifica figura la dignità indomita del popolo pugliese che lottò sino allo stremo, sopravvivendo a quel terribile evento di dolore e mantenendo la fede nel Redentore.

A oltre cinque secoli da quei fatti e da quell’opera maestosa, ci resta la bellezza straordinaria del dipinto. Noi oggi lo ammiriamo rapiti, ma credo sia anche utile ricordare che certe opere conservano al loro interno il ricordo di un dolore universale, quello che nel tempo può mutare d’abito, rivestirsi di ideologie, di ragioni politiche o interessi economici, ma purtroppo non muta nella sua natura più essenziale: homo homini lupus.
(Roberto Cafarotti)

Donato di Pascuccio e di Antonio di Renzo detto Bramante (1444-1514)

Cristo alla colonna, 1490 ca. Olio su tavola, cm. 94 x 62. Pinacoteca nazionale di Brera, Milano.

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