Ciriaco De Mita

di Vito Nocera

Quasi tutti avevano di lui l’idea di un uomo di potere, del resto si puo’ capire. Sono tanti i ruoli importanti che ha svolto.

Eppure se ci parlavi anche solo pochi minuti coglievi una passione politica che col potere non c’entra.

Una curiosità viva di analizzare la realtà, un gusto nell’esercizio del pensiero di rara forza.

Ecco, voglio dirlo subito perché è questo che gli stava piu’ a cuore.

Dovrai scriverlo dopo – diceva – perché mi racconteranno in maniera diversa.

Ci siamo conosciuti tardi con Ciriaco De Mita, già lontani i giorni delle antiche e contrapposte battaglie.

Forse questo ha aiutato entrambi ad essere più attenti all’altro, anche se io, pur criticamente, lo studiavo da sempre.

Quando, in occasione della presentazione di un mio libro cui volle partecipare, raccontai pubblicamente ai tanti compagni presenti del biglietto che fece recapitare da Tonino Tato’ a Berlinguer, in cui gli consigliava di non espellere dal Pci quelli del Manifesto, si stupì che io conoscessi di lui anche particolari così segreti ma di grande significato politico.

E i compagni presenti lo applaudirono a lungo.

Diversamente da altri, pur importanti, esponenti della tradizione del cattolicesimo politico, in lui si avvertiva molto il segno della lezione laica e democratica di Sturzo e Aldo Moro.

La loro stessa attenzione a conservare ben distinte sfera religiosa e sfera politica.

Ma se volessi toccare tutti gli aspetti del suo pensiero staremmo qui per delle ore.

Dalla capacità di intuire il nesso ostruito tra costruzione del consenso e processo democratico – non a caso l’assillo che fu anche di Moro – fino alla lucida comprensione che a far saltare le regole della nostra convivenza civile sono state le trasformazioni avvenute e la nostra distrazione nell’affrontarle.

Ma un pensiero così intenso e complesso richiedera’ nel tempo una riflessione pacata e meno emozionata.

Qui ora – per me che ho avuto il privilegio di lunghe conversazioni con lui, di essere svegliato all’alba dalla sua chiamata magari il primo giorno dell’anno, di aver ascoltato in esclusiva i racconti sugli incontri con Mitterand o Gorbaciov – prevale il rimpianto e una tristezza infinita.

Il rispetto che mi portava perché – diceva – sei rimasto coerentemente comunista e pero’ sempre capace di dialogare e porti domande, e’ per me non lo nascondo motivo di orgoglio.

Avevamo perfino avviato un carteggio che doveva portare ad un libro in comune, una lunga conversazione sull’Italia, la società, la politica e il mondo, tra un cattolico e un comunista.

Nelle ultime telefonate mi rassicurava puntuale: ho qui tutte le tue domande, appena sto meglio riprendiamo.

Ma via via lo avvertivo piu’ vago. Lontano, attratto da una riflessione piu’ profonda.

Come quando mi chiese se ero credente.

Avvertiva la fine e non ne faceva mistero, e fu felice quando, di recente, Bergoglio volle incontrarlo.

Gli ultimi mesi, in cui certo ha sofferto, anche per me sono stati i piu’ ‘ amari.

Poi ad un tratto chiamate e conversazioni si sono interrotte.

E sono grato a sua figlia Antonia, intelligente e spiazzante come suo padre, per avermi tenuto informato, aiutato a non spezzare quel filo di un affetto che negli anni si era ormai fatto profondo.

Ai familiari di Ciriaco De Mita, a sua moglie, e soprattutto ad Antonia, della quale un po’ conosco la tempesta interiore, rivolgo il mio cordoglio piu’ sentito e sincero.

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