Chinatown

di Ida Dominijanni

Ad aprile dell’anno scorso, mentre stavamo uscendo dal secondo lockdown o forse ancora no, è uscito in italiano Il grande addio di Sam Wasson, un libro che racconta la genesi di Chinatown attraverso le storie dei suoi quattro geniali padri – Roman Polanski, il regista, Jack Nicholson, il protagonista, Robert Evans, il produttore, Robert Towne, lo sceneggiatore che più di tutti lo volle. Io non me ne ero accorta e devo la sua scoperta al dono di compleanno che me ne ha fatto la mia amica Wilma Labate. Sono una divoratrice di saggistica ma una lettrice alquanto pigra di narrativa, ed è raro, rarissimo che un libro mi afferri tanto da non poterlo mollare finché non l’ho finito. Ma questo non è un libro come gli altri. E’ la sceneggiatura di una sceneggiatura, la scenografia di cento scenografie, la storia di un intreccio di storie, la stratigrafia di quel miracolo di stratificazioni che è Los Angeles, e ancora una galleria di ritratti, un caleidoscopio di sentimenti, un album di aneddoti, costumi, caratteri. E soprattutto un’elegia del cinema e di Hollywood com’era prima di arrendersi completamente alla filosofia delle major. Commuove, di una commozione che per certi versi mi ha ricordato Ennio di Tornatore, anche quello un’elegia a una Roma e a una comunità di artisti e intellettuali che non ci sono più. Se avete amato Chinatown un decimo di quanto lo amo io che l’ho visto cento volte e non smetto di rivederlo, infilatelo nel bagaglio delle vacanze.

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