Charlie Watts e Robbie Robertson

di Peter Freeman

A me viene spesso di abbinare Charlie Watts a Robbie Robertson. Vi chiederete che ci azzecca.
È la questione degli assoli. Charlie Watts è spesso passato per un batterista “grigio”, non appariscente, un semplice “metronomo”, quello che dà il ritmo ma poco aggiunge di suo. Come se “dare il ritmo” fosse cosa da poco.

Se c’è qualcosa di decisivo in una rock band è la base ritmica: basso e batteria. Per dire, a rendere grandi i Who non era la voce spesso sgraziata di Daltrey o la chitarra (eccezionale) di Townshend, ma la base ritmica: il basso di Entwistle e la batteria di Keith Moon.
Secondo me quello dell’assolo è un falso mito del rock che, nella sua filiazione dal rythm and blues, agli inizi non concedeva grandi spazi all’assolo, non fosse altro per il fatto che su 45 giri non ve n’era il tempo, e gli album dei gruppi della British invasion erano spesso una collezione di 45 giri (comprensivi di fronte/retro).
Nel jazz sì, lì vi era lo spazio per lanciarsi.

Perciò i grandi assoli li ho sempre guardati con sospetto. Ne ho sentiti di bellissimi ma a volte mi irritavano. Figuriamoci se eseguiti dal drummer. John Bonham è ritenuto, forse a ragione, il più grande batterista della storia del rock. Sicuramente era una fonte infinita di energia. Ma se vi capita per le mani “How the West Was Won” (4 Lp, in CD si scende a 3) troverete un’intera facciata occupata da un assolo di Bonzo. Sono le registrazioni del tour degli Zeppelin negli States. Se lo ascoltate -ma anche se ne foste stati spettatori dal vivo – vi viene da dire “mo’ basta, Bonzo, falla finita, abbiamo capito quanto sei bravo ma hai rotto“.

In questo Watts, il metronomo, era davvero meglio. Per tornare invece a Robertson, ricordo una sua intervista. Si parla dei suoi assoli: rarissimi, minimali, rarefatti. L’intervistatore gliene chiede ragione. E Robbie spiega che l’assolo è come un lungo respiro e non devi mai andare in apnea. Stai respirando musica. Lui potrebbe fare tutti gli assoli di questo mondo ma gli piace farli senza trattenere il fiato, senza mai diventare cianotico: è un volo d’uccello e alla fine non deve stramazzare come fulminato da un colpo apoplettico. (personalmente considero Robertson uno dei più grandi chitarristi della storia del rock). Ecco.

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