Challengers

di Raffaele Palumbo

C’è poco da fare, Guadagnino è l’unico regista italiano ad avere uno sguardo e una narrazione che esce dai confini stretti della piccola Italia (per dire: sarà stato bello La chimera della Rorwacher? Sì, ma sempre di post-fellinismo si tratta).
Guadagnino no, ha scelte di sceneggiatura, di movimenti di macchina, perfino di colonna sonora ad altissimo livello, che niente hanno da perdere nei confronti degli autori più importanti del cinema di questo millennio.
Qui il tennis (che “è una relazione”, come dice la sexyssima Zendaya) si intreccia e si fa metafora di amore, sesso, successo, vita. Zendaya che è la rete, in senso tennistico, tesa tra questi Jules e Jim di tempi à la Sinner, che in questa rete si impigliano, la scavalcano, ne restano prigionieri, ne sentono la sua resistenza e il suo fascino.
Attori in stato di grazia, in particolare Mike Faist. E le musiche martellanti di Trent Reznor e Atticus Ross, che diventa un personaggio del film.
Da segnalare, verso la fine, una soggettiva dalla parte della pallina da tennis (!).
Ovviamente scordiamocelo, al prossimo DavidDiDonatello.

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