C’è un giudice in Ucraina

di Brunello Mantelli

Il processo (di primo grado!) con relativa condanna all’ergastolo da parte di un tribunale ucraino del soldato russo di 21 anni (un adulto, NON “un soldatino”, per inciso), accusato di aver ucciso un civile ucraino disarmato di 62 anni pone un chiaro problema di contrasto tra le due etiche weberiane:

1) secondo l’etica della convinzione il processo e la condanna, in sé del tutto legittimi poiché uccidere civili disarmati è, secondo il diritto internazionale vigente un crimine di guerra (si eviti di ragliare: “ma lo fanno tutti gli eserciti”, argomentazione priva di senso), è stata un’azione opportuna e mirata ad ammonire il nemico ad astenersi dal commettere ulteriori crimini di guerra;

2) secondo l’etica della responsabilità, essendo il diritto internazionale basato ancora in larga parte sul principio di reciprocità = “non uccido i tuoi soldati che catturo per evitare che tu uccida i miei che tu catturi”, forse sarebbe stato più opportuno da parte ucraina registrare le prove del crimine, tenere il soldato presunto responsabile in carcere e poi consegnare lui e il fascicolo di documenti raccolto ad una autorità terza (il Tribunale penale internazionale); ciò ad evitare che la controparte russa avvii una serie uguale e contraria di processi a carico di militari ucraini catturati.

Onestamente non saprei scegliere tra 1) e 2).

Non vorrei mai essere stato al posto di chi ha dovuto farlo.

NB: gli indignati sono pregati di accomodarsi in fondo a sinistra; la porta si riconosce per la scritta: “00”.

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