Carlo Carrà

di Gian Ruggero Manzoni

TRA ANARCHIA E FASCISMO, TRA PENSIERO FORTE E OMOSESSUALITA’

CARLO CARRÀ (Quargnento di Alessandria, 1881 – Milano, 1966) apprese l’arte del disegno da giovane, a soli 12 anni, durante una lunga malattia che lo costrinse a letto poi in casa per mesi. Guarito, iniziò ben presto a lavorare come decoratore murale, vincendo premi di importanza. Nel 1900 si recò a Parigi durante l’Esposizione Universale per eseguire decorazioni in alcuni padiglioni. Visitare il Louvre lo entusiasmò, così come lo colpirono le opere che vide nei musei di Londra. In quegli anni cominciò a interessarsi anche di politica, intrattenendo rapporti con gruppi anarchici. Nel 1906, venticinquenne, fu accettato all’Accademia di Brera, dove incontrò Umberto Boccioni. L’11 febbraio 1910 firmò il Manifesto dei Pittori Futuristi, mentre l’11 aprile 1910 aderì al Manifesto Tecnico della Pittura Futurista, di seguito iniziò a collaborare attivamente con la rivista “Lacerba” di Papini e Soffici. Nel 1912 strinse amicizia col poeta Ungaretti. La Prima Guerra Mondiale coinvolse Carrà in un primo momento quale acceso interventista, ma, in seguito, giunto al fronte, l’esperienza fu per lui a tal punto traumatica e dolorosa che finì ricoverato in un nevrocomio di Ferrara, con altri militi colpiti dal cosiddetto “mal di trincea”. A Ferrara, nel 1917, diede vita alla Corrente Metafisica, assieme a Giorgio de Chirico, al di lui fratello Alberto Savinio, quindi a Filippo de Pisis e a Giorgio Rea, scultore siciliano anarchico, non interventista, omosessuale, dipendente dall’oppio, poi morto suicida in circostanze poco chiare (si ipotizzò una relazione tra lui e de Pisis, oppure tra lui e de Chirico, oppure con entrambi, resta il fatto che ancora non si sa se nel vero sia stato un suicidio per motivi di ordine sentimentale, per depressione, oppure un omicidio fatto passare per suicidio, visto che il Rea pare si desse anche a uomini facoltosi, sia per denaro sia per droga, a volte poi giungendo a taglieggiarli). Comunque, nel 1919, Carrà iniziò la collaborazione con la rivista d’arte “Valori plastici”, organo del gruppo dei Metafisici (al quale si erano aggiunti anche Ardengo Soffici e Giorgio Morandi). Il successivo passaggio fu l’entrare a tutti gli effetti nel movimento definito del “Ritorno all’Ordine”, poi il votarsi a una sorta di Realismo Magico che lo vide impegnato fino alla morte. Dal 1939 al 1951 (cioè anche nell’immediato dopo guerra) Carrà fu docente all’Accademia di Brera, sebbene si fosse tesserato, fin da subito, al Partito Nazionale Fascista, poi al Partito Fascista Repubblicano (quello di Salò, per intenderci). L’adesione di Carrà al Fascismo, e ciò fino alla primavera del 1945, comunque non scalfì il suo percorso artistico che lo portò a vincere il Gran Premio della Biennale di Venezia del 1950 e poi ad avere una grande retrospettiva, a lui dedicata, presso il Palazzo Reale a Milano, e questo nel 1962. Infine, sebbene quasi tutti quelli che ho nominato avessero aderito, con convinzione, già avanti negli anni (quindi non con la scusante della giovane età), al Fascismo, solo Mario Sironi e un qualche artista considerato minore la pagarono pesantemente anche per gli altri. Le spoglie di Carlo Carrà riposano nel Cimitero Monumentale di Milano. Sulla sua tomba è collocata un’opera di Giacomo Manzù.

Nell’immagine: “Il fanciullo prodigio”, una giocosa ed ironica tempera e collage su carta, poi incollata su tela (intelata), di cm 92 × 82 del 1915 …

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