Capire Geolier

di Marcello Ravveduto

Quando dico di essere dalla parte della generazione Z non significa che stia necessariamente difendendo Emanuele (Geolier) nello specifico. Da qualche parte è emersa la preoccupazione per le immagini dei video della canzone “Narcos” dove imbraccia un Ak 47. Questo spaventa ma nella logica della trap se vuoi raccontare i narcos li devi far vedere, ti devi vestire come loro, usare le loro auto, esibire le marche dei loro vestiti e gli accessori di lusso. Questo, che a noi appare come eccesso (e lo è nella vita comune di chi guadagna onestamente il suo stipendio), è per quel mondo qualcosa che si vuole presentare come autentico. Niko Pandetta (trapper neomelodico catanese), dal carcere dove è rinchiuso per una vecchia condanna di spaccio, ha pubblicato su Youtube una canzone dove specifica cosa sia per lui autentico: “ma quale Mare Fuori, ma quale Rosa Ricci, qua sono tutti attori” invece lui è vero perché è nipote di boss (Turi Cappello) e sta dentro per detenzione e spaccio di stupefacenti. Lui è vero, gli altri interpretano un ruolo. Lo stesso si potrebbe dire di Simba La Rue che opera in Lombardia. Condannato con rito abbreviato a 4 anni per una faida con il trapper rivale Baby Touchè. Anche loro sono autentici perché mettono in scena la violenza dei quartieri periferici in cui sono cresciuti i figli degli immigrati travolti dallo stile di vita delle società occidentali e in cerca di una identità personale prima ancora che sociale. Non tutti sono in grado come Ghali di trasformare la sofferenza adolescenziale in messaggio politico, visto che la politica in questo paese non è più in grado di assolvere una funzione pedagogica dopo la crisi di fine secolo. Così questo genere “autentico” affascina i giovani del ceto medio (i quali spesso non capiscono le parole – accadeva anche con l’inglese del rock – ma si lasciano trasportare dal mood) come le immagini di una serie TV o di un reality show. Questi sono i format mediali in cui sono cresciuti che mostrano la violenza, materiale e psicologica, come possibile percorso di autoaffermarmazione trasformando lo stigma criminale in orgoglio generazionale. Lo abbiamo capito? Abbiamo gli strumenti culturali per dialogare con loro? Siamo in grado di produrre una narrazione autentica della marginalità che sia in grado di catturare l’attenzione della generazione Z con valori civili, senza dover necessariamente censurare ciò che ci disturba? Quando censuriamo immediatamente quel tema diventa accattivante come frutto proibito. Questa generazione non scende in piazza ma si racconta attraverso i social media che spesso snobbiamo semplicemente perché, come me in questo momento, usiamo mille parole ma non siamo capaci di cogliere e interpretare la loro cultura visiva. Nel 1926 lo storico Huizinga scriveva che le immagini avevano sostituito le parole nella costruzione del senso comune. Siamo in ritardo di 100 anni. L’immaginario della violenza si combatte con l’immaginario della mitezza affrontando la sfida della civiltà digitale. Ma noi siamo il paese che ancora 50 anni fa riteneva la TV a colori una pericolosa degenerazione.

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