Camillo Pellizzi, intellettuale italiano di taglio europeo

Camillo Pellizzi. Un intellettuale nell'Europa del Novecento

di Armando Pepe

Camillo Pellizzi, eminente studioso d’origine piemontese, è stato uno dei più fervidi intellettuali durante il periodo fascista, con due caratteristiche precipue: versatilità e dimensione internazionale; lo evidenzia Mariuccia Salvati nel recente volume “Camillo Pellizzi. Un intellettuale nell’Europa del Novecento”, edito da Il Mulino, nella collana Studi e Ricerche. Un libro che va oltre la semplice biografia, poiché scava nelle complesse reti culturali intessute con fatica e abilità da Pellizzi nel corso di interi decenni. L’Autrice in effetti ammette in premessa che «la vita di Pellizzi, già meritoriamente esplorata alla luce di una coerenza interna che si dispiega al di là delle cesure della storia, è qui letta come il riflesso di movimenti più ampi, come l’esito di scelte intellettuali che Pellizzi opera consapevolmente dentro la cultura politica europea» (p. 11). Seguendo le intricate trame della vita di Pellizzi, al fine di inquadrarne l’ampia portata d’interessi pluridirezionali, rivolti a diversi campi del sapere, Mariuccia Salvati rileva che «è opportuno allargare lo sguardo al di fuori dei confini italiani e soffermarci sull’Inghilterra, non solo perché lì Pellizzi visse e lavorò dal 1920 al 1939, ma anche perché l’Inghilterra costituisce la migliore cartina di tornasole per misurare l’estensione dell’ondata antidemocratica che investì l’Europa all’uscita della prima guerra mondiale» (p. 45). Nella corposa parentesi londinese, accreditandosi come ambasciatore culturale nei salotti più ambiti, Pellizzi fu «impegnato- evidentemente su mandato di Mussolini, alla ricerca di una legittimazione diplomatica nel consesso internazionale- nello sforzo di spiegare il fascismo in termini compatibili con l’opinione pubblica inglese» (p. 64). Laureato in giurisprudenza a Pisa, con una tesi dal titolo “Poteri d’inchiesta del Parlamento”, cui fece da relatore Santi Romano, professore di italiano presso l’University College of London, collaboratore di numerose riviste, tra cui Critica fascista, diretta da Giuseppe Bottai, Pellizzi coltivò varie passioni, mosso da altrettante curiosità, perseguendo costantemente una propria filosofia politica «leggibile nei numerosi articoli riuniti in  Fascismo-Aristocrazia [libro edito da Alpes nel 1925]: si tratta in pratica della traduzione politico-istituzionale di una complessiva revisione filosofica che, nel mentre sancisce il distacco dall’idealismo crociano, lo vede anche allontanarsi dall’attualismo gentiliano (anche se non personalmente da Gentile), in nome di una visione fortemente negativa delle masse popolari in Italia, per le quali ritiene necessaria un’opera di educazione che combini il nuovo ceto politico con la vecchia Chiesa cattolica» (p. 128). In modo coerente, Pellizzi non rinnegò mai la sua visione del mondo, cioè il distacco dalle masse e la concezione elitaria. Il fascismo gli diede tanto, molto Pellizzi contribuì al dibattito delle idee, spaziando, con aggiornate argomentazioni e una progettualità subito applicabile, dalla riforma scolastica voluta dal regime, alla recensioni di saggi innovativi, dei cui autori spesse volte stringeva rapporti epistolari ricchi di fermenti. Un vitalismo che si manifestava in ogni cosa facesse, anche dopo la fine del fascismo, nell’Italia del lungo dopoguerra, dato che «non a caso, forse il suo libro più sentito in quella fase sarà una raccolta di saggi dal titolo Rito e linguaggio, del 1964, nella quale, in maniera del tutto originale nel panorama italiano del tempo, la sociologia in Pellizzi assume una curvatura che la colloca tra l’etnologia, la semiotica, l’antropologia filosofica: una sensibilità che, all’epoca della pubblicazione, fu del tutto incompresa anche dai suoi allievi e che Pellizzi aveva acquisito nel suo ventennio inglese» (pp. 206-207). Pellizzi, grazie alle premure di padre Agostino Gemelli, ma anche di Don Luigi Sturzo e Guido Gonella, riuscì a ricollocarsi nel 1950 come professore ordinario di sociologia all’Istituto Cesare Alfieri di Firenze, che fu per anni l’unica cattedra di tale disciplina in Italia.

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