Buona Festa della Liberazione

di Helena Janeczek

Buona festa di Liberazione da tutti i fascismi passati presenti e futuri.
A Bologna quel giorno c’erano anche mio cugino Dolek Szer, (o Sher), che non ho mai conosciuto, e Milek “Emilio” Steinwurzel, che stabilendosi a Milano è stato un nostro carissimo amico di famiglia.
Emilio era di Leopoli, l’odierna Lviv che all’epoca si chiamava Lwów e apparteneva alla Polonia, Lemberg fino alla dissoluzione dell’impero austroungarico, nome che ha conservato in yiddish.
Per sfuggire alle persecuzioni razziali, Dolek e suo fratello Zygmunt scapparono dalla Polonia occidentale in quella orientale occupata dai sovietici dopo il patto Ribbentrop-Molotov, rifugiandosi a Leopoli.
Nel corso della sovietizzazione ricostruita dallo storico Jan T. Gross in “Revolution from Abroad. The Soviet Conquest of Poland’s Western Ukraine and Western Belorussia”, furono deportati nel Gulag assieme a tanti cittadini polacchi di quei territori occupati tacciati di essere “nemici del Popolo”. Erano in maggior parte polacchi etnici, dato che, dal proprietario terriero al sindaco al maestro elementare, formavano l’ossatura dello stato che andava distrutta. Altri erano ucraini (e bielorussi) resistenti alla sovietizzazione. Molti erano ebrei (rifugiati o nativi) come i miei parenti che, durante l’occupazione tedesca dell’Ucraina sarebbero probabilmente caduti nelle mani dei nazisti e dei collaborazionisti, non fossero stati deportati dai sovietici.
D’altra parte, se Hitler non avesse rotto il patto con Stalin attaccando l’Urss, sarebbero quasi di certo morti di freddo e di fatica nel Gulag. Ma nel momento di massima debolezza, Stalin concesse un'”amnistia” a quei “nemici del Popolo” e addirittura la formazione di un corpo d’armata indipendente sotto la guida del generale Anders che, per puro caso, era scampato all’eccidio degli ufficiali polacchi, a Katyn. Le forze polacche raccolsero anche donne e bambini deportati e iniziarono una lunga Odissea attraverso il Medio Oriente, prima che i combattenti, inquadrati nelle armate britanniche, potessero finalmente sbarcare in Italia.
Dopo aver combattuto a Montecassino mentre i tedeschi reprimevano l’Insurrezione di Varsavia e i sovietici si fermarono a lasciarli finire il lavoro, arrivarono a Bologna. Erano già stati firmati gli accordi di Yalta che assegnarono all’URSS le zone d’origine della maggior parte di quei soldati, l’Ucraina e la Bielorussia occidentali. Che anche la Polonia finisse nella sfera sovietica non era ancora chiarissimo, ma era quanto temevano e si aspettavano. Insomma tutti avevano combattuto per la liberazione e continuavano a farlo, senza ormai sperare di poter tornare nei loro luoghi d’origine liberatI, che fossero polacchi, bielorussi, ebrei o ucraini.
Per questo, sopratutto in Emilia, ci furono diverse tensioni con i partigiani comunisti che indubbiamente ebbero un ruolo centrale nella Resistenza. Ma ciononostante hanno liberato insieme l’Italia.
L’ex partigiano italiano a cui sono stata più legata salì sulle montagne della Valdossola. Lo aveva aiutato un prete della parrocchia di Busto Arsizio, perché “Peo” – questo il nome di battaglia volutamente poco battagliero – era cattolico. Ma nella sua formazione, se non ricordo male, c’erano anche dei compagni fedeli al Re a all’Italia, dei patriotti monarchici.
La Resistenza è stata una cosa così grande perché seppe creare quell’unione temporanea che durò fino alla fondazione della Repubblica e della sua/nostra Costituzione.
E anche se, per lungo tempo, moltissimi erano stati fedeli al fascismo, “bambini felici”, adulti esaltati dalle conquiste coloniali, la grandissima parte del popolo italiano imparò a preferire la libertà per cui una minoranza si era battuta.

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