Bella Ciao

di Maddalena Sparagna

Tanti anni fa, imbarazzantemente tanti, partecipai a un viaggio in Turchia organizzato da topografi e archeologi di Unicas e Sapienza. In pratica, un torpedone carico di docenti e studenti in giro per 15 giorni tra sterrati e carrerecce, per raggiungere siti abissalmente lontani da tutte le rotte commerciali. A un certo punto Omar l’autista, cui ho visto fare manovre che noi umani neanche coi videogiochi e sono grata al suo Dio se lo posso raccontare, ci ferma in una (specie di) stazione di servizio nel bel mezzo del polveroso nulla. Non credo avessero mai visto dei turisti, da quelle parti. Qualcuno chiese di dove fossimo. Saputo che eravamo italiani, cominciarono a cantare in turco, prima sommessamente e poi sempre più forte.
Ed era Bella ciao.
All’inizio non l’avevamo neanche capito. Alla fine cantavamo tutti. È uno dei ricordi più belli che ho di quei giorni.
Bella ciao in quel momento non era un fatto politico e La casa di carta era molto, molto di là da venire. Bella ciao era il loro modo di riconoscerci e salutarci come italiani, con le parole loro, non avendone altre. Come italiani punto, non come questa o quell’altra fazione. Per comunicare, non per dividere.
Per me la Pausini può ben scegliere cosa cantare e cosa no, è una professionista e non un juke-box. Però mi viene da dire che Bella ciao è un ‘problema’ ed è divisiva più o meno solo per noi italiani. E forse su questo qualche domanda ce la dovremmo fare.
Sul perché questa memoria ancora brucia.

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