Barbara Balzerani

di Peter Freeman

Qualcuno ha scritto “eravamo già stronzi prima, i social lo hanno soltanto reso visibile”. Penso che almeno in parte sia vero.
Scrivo questa riflessione molto minimale dopo la scomparsa di Barbara Balzerani, persona che non ho avuto occasione di conoscere personalmente.
Balzerani era un personaggio pubblico perché molto pubbliche sono state le vicende che l’hanno vista protagonista. E anche molto di ciò che ha fatto dopo aver scontato 21 anni di carcere più 5 di libertà condizionale (aveva 36 anni quando fu arrestata e 57 quando rivide gli spazi aperti e liberi) l’ha mantenuta in una dimensione pubblica: alludo agli 8 libri che ha scritto, tutti direttamente o indirettamente autobiografici.
Barbara Balzerani se n’è andata due giorni fa dopo un anno di malattia. Aveva 75 anni. Chi ha avuto modo di averla come amica o anche solo di conoscerla ha voluto lasciare sulla propria bacheca social un ricordo, un saluto, un breve pensiero. In molti casi quel commiato è stato accompagnato da commenti e in molti di quei commenti si leggevano parole di biasimo: per la figura di Balzerani e per il commiato stesso.
Leggendoli, il primo pensiero che ho avuto rimanda all’incipit di questo post, alla stronzaggine che i social ci consentono di esprimere senza alcun velo, senza remore né pudore. Per essere ancor più chiaro: chiunque si rechi in un luogo pubblico o privato in cui si esprime cordoglio, dispiacere o vicinanza per una persona scomparsa, al solo fine di parlar male del morto, è per me un individuo miserevole, a prescindere dalle ragioni del suo astio. Su questo non credo sia necessario aggiungere altro.

Il secondo pensiero riguarda quella stagione della nostra storia. E’ passato oltre mezzo secolo dalla nascita delle Brigate Rosse, 46 anni dal sequestro di Aldo Moro, 37 da quando i fondatori di quell’organizzazione ne dichiararono conclusa l’esperienza. Una vita intera. Di quella storia si è scritto di tutto e di più e la letteratura è pressoché sterminata sebbene di livello talora infimo. Eppure a quella storia non si è mai voluto mettere davvero fine. Conosco a memoria l’obiezione: i supposti “misteri” che tali non sono mai stati ma che hanno alimentato quasi mezzo secolo di dietrologie e complottismi vari. Considero questo aspetto dei “misteri” un aspetto patologico e morboso; e con questo genere di patologie ho smesso ormai da tempo di confrontarmi pubblicamente perciò non lo farò nemmeno qui. Mi limito a prendere atto che quasi mezzo secolo dopo esistono persone che ritengono necessario esprimere il proprio astio in mortem e che molte di queste persone all’epoca dei fatti non avevano ancora raggiunto l’età della ragione, il che accresce il contesto patologico di cui sopra.

Altro pensiero. Un caro amico è stato fustigato via social per aver scritto in un articolo sul “Manifesto” che nei libri di Balzerani “c’è quel che serve per capire, senza doverla per questo giustificare, la lotta armata italiana”. Il verbo “giustificare” ad alcuni non è piaciuto e forse sarebbe stato più ben accetto “condividere” ma, trattandosi di un articolo e non di un testo di storia, io penso possa andar bene anche “giustificare”. Personalmente sono convinto che la storiografia sia necessaria per “comprendere” e che ogni volta che la si utilizzi invece per “giustificare” si entri in un terreno molto scivoloso: in questi ultimi mesi, sulla vicenda Palestinese, ho assistito a un uso molto spregiudicato da una parte e dall’altra degli eventi storici per “giustificare” questo o quello.

Ultimo pensiero. Alcuni di noi appartengono alla storia del cosiddetto “secolo breve” perché lì dentro sono cresciuti e si sono formati, lì hanno compiuto scelte che ne hanno a volte segnato il destino. Quel secolo, denso e sanguinoso ma soprattutto conflittuale, ha avuto un peso non indifferente nella nostra vita e noi gli apparteniamo, da esso ci sentiamo marchiati a fuoco. Tutto questo a volte ci fa sentire come dei sopravvissuti proiettati in un tempo che non è più il nostro e nel quale non ci troviamo particolarmente bene. Siamo anziani, aspettiamo il nostro turno. E a volte esigiamo rispetto.

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