Autoritarismo mondiale

di Nicola D’Elia

Recensione al volume di Ruth Ben-Ghiat, Strongmen: How They Rise, Why They Succeed, How They Fall, London, Profile Books, 2020, xviii + 358 pp., £15,99, ISBN 978 1 78816 476 4 (paperback)

Questo libro vuole offrire una prospettiva storica per comprendere l’ondata di autoritarismo che sta scuotendo il mondo dall’inizio del ventunesimo secolo. «La nostra è l’era dell’“uomo forte”» (p. 4), sostiene Ben-Ghiat riferendosi ai governanti autoritari che sono andati al potere in importanti Paesi quali la Russia, la Turchia, il Brasile e perfino gli Stati Uniti d’America durante l’ultimo mandato presidenziale. L’autoritarismo dei nostri giorni, secondo l’autrice, ha radici profonde che risalgono agli anni Venti del Novecento. La sua ricerca traccia dunque una storia di lungo periodo della politica autoritaria, sottolineandone le caratteristiche di fondo comuni ai diversi contesti senza trascurare i mutamenti intervenuti nel corso del tempo.

L’opera di Ben-Ghiat, basata su un’ampia messe di fonti che vanno dalle interviste, ai documenti d’archivio, ai rapporti online, alla stampa, distingue tre periodi di governo dell’“uomo forte”: l’andata al potere dei fascismi negli anni tra le due guerre mondiali; l’era dei colpi di stato militari fomentati dalla decolonizzazione e dalla Guerra fredda; la nuova stagione autoritaria seguita al collasso del comunismo e dell’Unione Sovietica.

I protagonisti della storia sono Benito Mussolini, Adolf Hitler, Francisco Franco Bahamonde, Muammar Gheddafi, Augusto Pinochet Ugarte, Mobutu Sese Seko, Silvio Berlusconi, Recep Tayyip Erdoğan, Vladimir Putin e Donald Trump. I dittatori comunisti non sono inclusi in questa ricerca per deliberata scelta dell’autrice, la quale non ne spiega però chiaramente le ragioni. Infatti, la stessa Ben-Ghiat afferma che Mobutu, a lungo presidente dello Zaire, fu ispirato «dal culto della personalità di leader comunisti come Nicolae Ceausescu in Romania e Mao Zedong in Cina» (p. 5), e che Putin «ha approvato l’erezione di statue di Josef Stalin» (p. 6) nelle città russe.

Il libro è diviso in tre parti. La prima descrive i diversi modi in cui i governanti autoritari hanno avuto successo nel corso nel tempo. Neppure l’andata al potere dei fascismi negli anni Venti e Trenta indica un unico percorso per la conquista del potere. Mussolini e Hitler realizzarono le loro dittature dopo essere stati nominati rispettivamente Capo del Governo e Cancelliere, mentre Franco si autoproclamò Capo dello Stato durante la guerra civile. In più, egli era un ufficiale delle forze armate e non un leader di partito come gli altri due. Sotto questo aspetto, il governo autoritario di Franco appare più simile a quello della seconda era dell’“uomo forte” – segnata dai colpi di stato militari –, che si aprì dopo la Seconda guerra mondiale.

Gheddafi e Pinochet sono le figure chiave di quest’epoca. Ben-Ghiat mette in luce tanto le loro similitudini quanto le loro differenze. Entrambi erano ufficiali dell’esercito senza un partito alle spalle, ed entrambi affermarono rapidamente la loro personale supremazia rispettivamente nel Consiglio del Comando della Rivoluzione e nella Junta. Gheddafi era un seguace di Gamal Abdel Nasser, che aveva avuto un ruolo di primo piano nel colpo di stato del 1952 che aveva rovesciato la monarchia in Egitto e, due anni dopo, era diventato il leader indiscusso del Paese. Quando Gheddafi prese il potere in Libia spodestando il Re Idris nel 1969, voleva chiaramente emulare Nasser (ma allora viene da chiedersi perché Ben-Ghiat non ha deciso di concentrare la sua attenzione sul secondo piuttosto che sul primo). Il governo autoritario di Gheddafi fu caratterizzato dal suo odio per l’imperialismo occidentale e dall’anticolonialismo. Ciò rappresenta una differenza significativa rispetto alla dittatura di Pinochet, che iniziò con il colpo di stato del 1973 contro il governo di sinistra di Salvador Allende. Il regime di Pinochet scaturì dalla Guerra fredda e può essere considerato l’apice della campagna anticomunista lanciata dagli Stati Uniti in America Latina. Ben-Ghiat sottolinea che la dittatura cilena, in quanto imperniata su un potere personalistico, si differenziò da quella di altri Paesi sudamericani guidati da juntas anticomuniste che esprimevano una governance collegiale.

A partire dagli anni Novanta, una nuova generazione di “uomini forti” è andata al potere in altro modo: per via elettorale. I protagonisti principali di questa fase sono Berlusconi, Putin e Trump. Ma l’inclusione del primo tra i governanti autoritari non convince pienamente. È difficile essere d’accordo con Ben-Ghiat quando afferma che Berlusconi e Putin rappresentano «due percorsi del governo autoritario del ventunesimo secolo» (p. 3). Putin «ha soppresso la democrazia addomesticando il parlamento, i media e la magistratura, assassinando e imprigionando i dissidenti» (p. 3). Berlusconi, per quanto sia vero che «la proprietà dei suoi network televisivi gli ha dato più influenza sulla formazione dell’opinione pubblica di qualsiasi leader italiano dai tempi di Benito Mussolini» (p. 3), non ha mai creato un potere autoritario che abbia sovvertito le basi democratiche e parlamentari del sistema politico italiano.

Proprio la seconda parte del libro offre significativi elementi per contestare l’idea che Berlusconi appartenga alla categoria dei governanti autoritari. Parlando degli strumenti di comando usati dagli “uomini forti”, Ben-Ghiat menziona la propaganda, la virilità, la corruzione e la violenza. La propaganda è un fattore chiave per formare il culto della personalità e richiede un ampio controllo dei media, ciò che permette la censura e la manipolazione dell’informazione. Anche il machismo, prosegue Ben-Ghiat, è «una strategia di legittimazione politica e una componente importante del governo autoritario» (p. 121). Per quanto riguarda la corruzione, questa non solo trasforma «l’economia in uno strumento per creare la ricchezza del leader» ma favorisce anche un indebolimento dell’etica pubblica tale da «far apparire accettabili cose che erano illegali o immorali» (p. 144). Tuttavia, il fattore determinante del governo autoritario è senza dubbio la violenza, che gli “uomini forti” esercitano per neutralizzare gli oppositori politici, per reprimere il dissenso e per intimidire la popolazione.

È degno di nota che nella parte del libro dedicata alla violenza Berlusconi non venga menzionato; sicché è improprio considerarlo alla stregua di brutali dittatori che hanno arrestato, torturato e assassinato i loro oppositori e persino accostarlo a Trump, che ha istigato all’odio non solo contro i suoi avversari ma anche contro i migranti.

La terza e ultima parte del libro mostra come gli “uomini forti” possono essere sconfitti. Ben-Ghiat descrive le varie forme di resistenza al governo autoritario, dagli attentati all’opposizione clandestina e alle manifestazioni di massa, sottolineando come i mezzi pacifici si siano dimostrati i più efficaci. Ciò vale per le proteste non violente che crescono «in risposta alla repressione di stato» o nei casi in cui l’autorità del leader vacilla per via di «una guerra che va male, un’elezione che sembra fraudolenta o difficoltà economiche» (p. 195).

In definitiva, conclude l’autrice, i governanti autoritari cadono quando vengono abbandonati dai loro sostenitori che si rivoltano contro.

 

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