Ascoltando Erik Satie

di Carlo Serra

Ho sempre fatto fatica a dare una definizione della musica di Satie, un po’ per problemi intimamente mitologici (chi si ricordi l’esperienza delle 24 ore Satie 35 anni fa, con un magico Cardini a Milano, può comprendere), un po’ per l’evanescenza delle categorie storiografiche, di fronte alla intenerita follia di un compositore radicale, talvolta ascetico e fuggente. Molte le esecuzioni pianistiche, ascoltate o narrate: ascoltate in disco tante,da Cheap imitation in poi. Alcune dal vivo, pochissime cose, come uno sparuto omaggio di Ciccolini, un ipnotico De Leeuw, con pedale devastante, e soprattutto Cardini in serata di assoluta poesia, qualche amico che le suonava dal vivo. Fra le narrrate, mio padre che mi raccontava di Gieseking che faceva la prima, aneddoto confermato in forma indiretta da Mario Bortolotto, tirando fuori dal pianoforte tantissimi colori. Il ricordo del brano si era impresso così tanto, che si ricordava il nome del compositore, e il titolo, Gymnopedie, che a lui sembrava davvero bizzarro. Insomma, nonostante tante letture, sul compositore sono debolissimo.
Per questo motivo sono felice di aver riascoltato stamani questo sorprendente disco della Queffélec, che immerge Satie in un contesto francese, dove sembra meno santone di avanguardia e più poeta dell’incanto, anche quando si tratta di sberleffo. Più Saba che Montale, forse, ma che sogno sentirlo suonare così, ascoltare il frangersi della tenuta ritmica, il trovare metriche intermedie, come accade al Debussy dei due libri dei Preludi, sentirlo cantare non pietrificato nel metro, scoprirlo pian piano. Certo, la pianista ha una delicatezza e una profondità del tutto inusuali, tanto più che, se la si ascolta in Dutileux, il dominio del suono della forma, della risonanza, del minimo dettaglio scritto, farebbe pensare a tutt’altra interprete:invece la sua grande capacità di aderire anche agli umori della pagina, dona una luce dorata ad un repertorio, che siamo abituati ad ascoltare in altro modo. Qualcuno penserà al salotto: ma sarebbe proprio una definizione piatta di quanto torna d Satie e del mondo che lo circondava, quasi un regime di autonarrazione ossimorica, come piaceva a Bachelard. Del resto, se il regista di Fuochi Fatui aveva scelto la musica di Satie e Claude Hellfer per quei climax, qualcosa dovrà aver intuito.

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