Arthur Schopenhauer

di Nicola Pesce Himself

Il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer (1788-1860) odiava le persone come pochi altri e trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita pressoché in solitudine.

Oggi lo abbiamo ridotto a una barzelletta. Estraendo dai suoi scritti tranci di parole come dal pescivendolo, alcuni furbi editori hanno creato dei bestseller come «L’arte di avere ragione», «L’arte di questo», «L’arte di quello». Forse il suo odio non era così malriposto!

Nei suoi ultimi anni aveva per compagnia solo la sua cagnetta, che aveva chiamato «Atma», ossia la parola sanscrita (atman) o bramina (atma) che significa «soffio vitale», «essenza vitale»… ossia tutto ciò che più detestava e contro cui aveva scritto «Il mondo come volontà e rappresentazione». Immagino fosse per ironia.

La piccola era piuttosto aggressiva e così i concittadini la chiamavano… il giovane Schopenhauer!

Si racconta che fosse solito cenare presso l’Englischer Hof, un ristorante frequentato da ufficiali inglesi. Prima di mangiare metteva sul tavolo davanti a sé una moneta d’oro. E se la rimetteva in tasca quando terminava.

Un cameriere finalmente gli chiese il significato di quella scenetta e lui rispose che era una silenziosa scommessa con sé stesso. Pur essendo ateo, avrebbe lasciato la moneta d’oro nella cassetta delle donazioni della chiesa più vicina…

…il primo giorno in cui gli ufficiali inglesi che cenavano lì avrebbero parlato di qualsiasi cosa diversa da cavalli, donne e cani.

Beh, vedo che dopo 150 anni la situazione è la stessa: calcio, donne e macchine.

«Rinunciamo ai tre quarti di noi stessi,» aggiunse, «per somigliare agli altri. Un uomo può essere sé stesso soltanto quando è solitario. E se non ama la solitudine vuol dire che non ama la libertà. Perché è soltanto quando è solo che è davvero libero».

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