Art Pepper

di Carlo Serra

Art Pepper aveva 13 anni quando la canzone di Harold Arlen, tratta da Il Mago di Oz, prese il volo, grazie alla interpretazione di Judy Garland.
Durante la sua vita tormentatissima, lo standard lo ha accompagnato, in moltissime reincarnazioni: può darsi che questa splendida versione in solo non sia la migliore in assoluto, ma ci sono motivi profondi per pensare che sia comunque qualcosa di impressionante, nella sua carriera. Intanto, per il contesto in cui si trova a lavorare: le incisioni al Village Vanguard sono con una formazione di livello assoluto, Elvin Jones, George Mraz,e il suo doppio, George Cables. Sono serate preparate per essere incise, nella consapevolezza che si tratti di una occasione unica. Inoltre Pepper, che si mette alla prova anche sul clarinetto, non è tecnicamente sempre smagliante, ed è strano, per un perfezionista del suono come lui. Eppure questo solo di quasi sette minuti, senza base ritmica, viene proposto con una nudità che lascia sgomenti
Dopo una introduzione modale, attorno ai raccordi melodici della melodia, cercati con calma, e armonizzati in modo sorprendente, Pepper entra nella melodia, e la canta, senza eccedere in diminuzioni: è una canzone che parla di speranza, non un tour de force. Con immenso gusto, cerca sonorità e alterazioni bluesy, ma pensandole spesso come se fosse, pateticamente, un autentico andamento in minore.
Canta, Pepper, sussurra, sussurra una vita piena di speranza mancata e una rinascita, qui c’è tutto, il senso del dolore insopportabile e la speranza, come quando un adulto cerca di cantare una canzone infantile, senza riuscire ad impedirsi a farla sua. E nei momenti più intensi, puntella con brevi silenzi, oppure ricorre a forme di strozzatura del suono, che in una esecuzione virtuosistica sono eccitanti, e che qui suonano come gesti vocali raggelati, prima di arrivare all’urlo: qualcosa che ricorda Parker, che non amava la sua esecuzione di Lover Man, come la hanno amata molti critici, che pensavano di nobilitarne la figura con la retorica del junkie, da una parte, e con un poco convincente rosario di formule dall’altra, ma su questo ha già spiegato cose sacrosante Stefano Zenni
Retorica del tossico? Non credo, penso sia un incredibile gesto di fiducia nella forza del suono, da parte di qualcuno che sa galleggiare aldilà e aldiquà dell’arcobaleno: come un bambino pendolare che si è perduto, direbbe uno dei pochi autentici scrittori che sapeva conciliare lo studio della letteratura con la narratività, volato via qualche giorno fa. Ai musicisti bravi lascio il compito della analisi delle frasi: dico solo che suonare così all’impronta, mostra una mente capace di esplorare i rivolti, senza mai svilupparli fino in fondo, autentica sprezzatura di chi usa la tecnica, magari non più impeccabile come prima, per andare al cuore di altro.

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