Ariel dell’Adriatico, ovvero Gabriele D’Annunzio nelle interpretazioni di Eugenio Di Rienzo

di Armando Pepe

Necessaria appendice, accanto all’imponente lavoro storiografico di Eugenio Di Rienzo intorno al duce fiumano, si pone l’agile volumetto «Ariel armato e alato». Gabriele D’Annunzio e la Grande Guerra aerea italiana, appena edito per i tipi della Società Editrice Dante Alighieri. Vi sono contenuti, attentamente analizzati, gli scritti che D’Annunzio vergò di proprio pugno durante le perigliose fasi della Prima guerra mondiale, quando impavido trasvolava, impegnato in rischiose operazioni, sulle coste dell’Adriatico.

Eugenio Di Rienzo, con la tipica e consueta calettatura, raccoglie lettere, appunti, memorie e taccuini del Vate, altrove introvabili e tanto più importanti perché racchiusi in meno di cento pagine, per cui questo libro è anche un distillato del pensiero dannunziano.

Si divide necessariamente in diversi periodi, tutti indistintamente topici, cominciando dalla «lettera inedita di D’Annunzio, indirizzata il 29 settembre 1917, al Contrammiraglio, Alfredo Acton, Comandante superiore, dal febbraio 1917 al marzo 1918, della Squadra della Regia Marina dislocata nella piazzaforte di Brindisi, al quale era stata affidata la direzione della “Divisione esploratori”, costituita da forze navali anglo-franco-italiane, uscite dal porto pugliese per contrastare, con successo, quella che forse fu la più importante operazione effettuata dalla Kaiserliche und Königliche Kriegsmarine nel corso del conflitto. L’incursione lanciata dal Capitano di Vascello Miklós Horthy, a metà maggio del 1917, dalla base di Cattaro, aveva infatti come obiettivo di forzare il blocco alleato del Canale d’Otranto che impediva alle unità navali della Duplice Monarchia di varcare il confine dell’Adriatico meridionale per sconfinare nello Ionio, nell’Egeo e nel Mediterraneo. Se la Marina austro-ungarica fosse riuscita a evadere dalla sua prigione, avrebbe potuto non solo interrompere il traffico navale tra l’Italia e il XV Corpo d’Armata del Regio Esercito (forte di circa centomila uomini) che aveva occupato il porto di Valona e parte dell’Albania meridionale comprensiva di Porto Palermo, Santi Quaranta, Argirocastro. Ma sarebbe stata anche in condizione di intercettare i convogli alleati transitanti nelle acque del mare interno europeo, collegandosi alla potente flotta sottomarina della Kaiserliche Marine, e di unirsi alla più debole armata navale dell’Impero ottomano, comunque temibile nell’ipotesi di una sua sortita oltre i Dardanelli. Evento che si verificò, il 20 gennaio 1918, quando una formazione della Osmanlı Donanması, composta dal Battlecruiser “Sultan Yavuz Selim” e dal Light Cruiser “Midilli”, oltrepassati gli Stretti, approfittando della temporanea assenza di navi da battaglia dell’Intesa nell’Egeo, affondò, presso l’isola di Imbros, due monitori della Royal Navy e fronteggiò l’assalto delle squadriglie della Royal Air Force decollate dalla base di Moudros, precedentemente cannoneggiata dai due incrociatori turchi» (pp. 7-8).

Un delicatissimo caso di strategia difensiva, di cui D’Annunzio intuiva il rilievo, dato che l’azione di Miklós Horthy, che dal 1920 al 1944 sarebbe diventato il Reggente d’Ungheria, si configurava quale spina nel fianco delle forze navali dell’Intesa. L’Autore, come in verità ha fatto anche nel precedente volume, mette in risalto l’intelligenza politica, diplomatica e tattica, strettamente militare, mostrata al massimo grado, per non dire ipostatizzata, dal poeta e condottiero abruzzese.

Il Capitano di Vascello Horthy godeva di indiscutibili punti di vantaggio, avendo una favorevole geografia dei luoghi, da cui compiva le proprie ardite manovre predatorie, poiché «di uno dei tentativi di ridurre la capacità operativa dell’inespugnabile porto naturale di Tèodo, annidato nella stretta e articolata insenatura, composta da tre bacini collegati da canali naturali, dal quale il 27 settembre 1917 era partito uno stormo di bombardieri austriaci che avevano gravemente danneggiato l’incrociatore corazzato “Pisa”, ci parla la corrispondenza tra D’Annunzio e Acton. Un carteggio che rappresenta una fonte rilevante sia per ricostruire la biografia militare del “Poeta soldato” durante la Grande Guerra, sia per valutare il peso strategico, assunto nel conflitto, dal Corpo Aeronautico Militare, già Servizio Aeronautico, istituito nell’ottobre del 1915, come complemento ausiliario del Regio Esercito, divenuto forza militare autonoma, con il nome di Regia Aeronautica solo il 28 marzo del 1923». (pp. 9-10).

D’Annunzio, conscio del proprio valore, specialmente negli epistolari con le varie personalità, poteva apparire superbo se non tracotante, rapportandosi ai superiori con piglio deciso se non disinvolto, non lontano da una conclamata sicumera. Osserva, con acuto fiuto psicologico, Di Rienzo, che «alla lettera, redatta dal futuro Comandante di Fiume, con un tono del tutto irrituale, appena deferente e a tratti davvero fuori luogo per la sua crudezza, molto diverso da quello che avrebbe dovuto improntare una comunicazione indirizzata ad un superiore dal suo inferiore in grado (“il Maggiore aviatore Gabriele D’Annunzio”), Acton rispondeva, immediatamente, con un breve messaggio, di cui purtroppo ci rimane solo la bozza. In quella missiva, Acton, sorvolando sulle imperdonabili carenze logistiche denunciate con tanta violenza verbale dal Vate, condolendosi con lui per le avverse condizioni meteorologiche che avevano provocato il ritardo dell’incursione sulla base avversaria, dimostrava piena comprensione per il suo “parlar aspro”, frutto della santa impazienza di chi incarnava il più splendido esempio della virtus guerriera della “Nuova Italia” che, il 24 maggio del 1915, si era inoltrata verso i suoi destini di gloria» (p. 12).

Alla parola fece seguito l’azione, dal momento che D’Annunzio, assieme ai commilitoni, «poté decollare dall’aeroporto di Gioia del Colle in direzione di Tèodo, distante circa 500 chilometri che dovevano essere coperti con un volo di 6 ore in mare aperto» (p. 13). Volarono in sincrono più aerei, cioè «”il “Distaccamento A.R.” del Maggiore Armando Armani composto da 14 biplani da bombardamento Caproni Ca.33 delle squadriglie 1ª Bis e 15ª Bis comandate da D’Annunzio e dal capitano Leonardo Nardi. A questo gruppo di velivoli era stato affidato, infatti, il compito di portare a termine l’incursione, ideata, programmata e guidata dall’autore delle Odi Navali, che la ricordò, infatti, «come azione inesorabile, voluta da me solo, contro oblique manovre, e condotta da me solo», almeno da quanto si desume dai suoi Diari di guerra e da un brano del Libro segreto pubblicato nel 1935. Sebbene molto si dovette per la riuscita dell’operazione, secondo la testimonianza dello stesso D’Annunzio, alla perizia tecnica e all’esperienza di navigatore aereo del Tenente di Vascello Andrea Bafile» (p. 13).

Considerato che il Vate era un vero grafomane, «del blitz ci rimane la palpitante testimonianza del diario dell’impresa di Tèodo, intitolato Il fegato e l’avvoltoio, redatto da D’Annunzio a bordo del suo apparecchio, su piccoli fogli di due taccuini. Nei tredici del primo erano descritte le fasi della partenza per Cattaro. Nei quarantatré del secondo, passati via via, nel corso del volo, al secondo pilota, il Capitano Maurizio Pagliano, per comunicare con lui superando il rombo dei motori, venivano annotate le osservazioni e gli ordini necessari nella rotta di andata e in quella di ritorno. Dei due taccuini, riprodotti in una perfetta copia anastatica dall’originale scritto a matita, l’Istituto Nazionale Dannunziano, approntò nel 1928, su iniziativa di Arnoldo Mondadori, un’edizione di sole cento copie, fuori commercio, ormai introvabile anche sul mercato antiquario, che viene pubblicata, più avanti, in appendice a questo saggio» (pp. 14-15).

La rarità del reperimento delle pubblicazioni dannunziane fa il paio con la necessità di poterle scorrere sinotticamente, in modo che il quadro globale appaia il più nitido possibile, anche perché l’avvicendarsi delle situazioni che il Vate si trovava ad affrontare era davvero caotico, avviluppandosi come in un vortice. Ci furono altri voli inenarrabili e altre eroiche imprese, che qui non si elencano per non togliere il mordente alla curiosità del lettore, che non sarà mai insoddisfatta. È utile, tuttavia, non ignorare il significato del titolo del prezioso volumetto, ovvero il nomignolo Ariel, proprio «“Ariel” (come la Marchesa Luisa Casati Stampa soprannominò l’autore del romanzo, Forse che sì forse che no, durante la loro relazione), divenuto dal maggio 1915, “Ariel armato e alato”, [che] aveva redatto [l’11 maggio 1917], infatti, un corposo dattiloscritto di 14 fogli, intitolato Dell’uso delle squadriglie da bombardamento nelle prossime operazioni offensive. Note del Capitano aviatore Gabriele D’Annunzio a S.E. il Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito» (p. 19). D’Annunzio appare, in definitiva, leggendo le dotte analisi del curatore e, del pari, Autore, non come un belligerante signorotto medievale, secondo le critiche detrattorie avido di pompa, ma un combattente, in quanto acuto testimone del presente e proiettato arditamente verso il futuro.

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