Antonio Pigliaru: un ricordo intellettuale

di Guido Melis

Avevo sei giorni meno di 19 anni quando mi iscrissi a Sassari al seminario di dottrina dello Stato tenuto da Antonio Pigliaru.
Lo so con esattezza perche’ avrei compiuto gli anni il giorno 8 novembre. E Pigliaru, per una abitudine che non era solo un vezzo ma un tacito rimprovero ai suoi colleghi meno assidui (giurisprudenza a Sassari la chiamavano “la Serenissima” per i ritmi blandi delle lezioni), cominciava indefettibilmente il suo corso di lezioni il 2 novembre, prima data feriale del nuovo anno accademico.
Faceva lezione in una piccola aula (ai suoi corsi – diceva – nessuno era “obbligato”: “e’ un contratto tra uomini liberi”), l’ultima parte dei pomeriggi, tre volte la settimana.
Era quell’anno il mitico 68. Lui aveva “proposto” (cosi’ in aula) un programma in tre stadi: uno dedicato a un libro di filosofia del diritto (il Mondolfo), da
leggere insieme “schedandolo”, cioe’ sottolineando ognuno di noi a matita nella propria copia e trascrivendo i passi secondo noi salienti in brevi schede con titolo, editore, anno di stampa,pagina (un allenamento a fare le citazioni); un secondo stadio del corso dedicato alle sue lezioni sul tema della “democrazia governante”,cioe’ sul problema gia’ allora visibile del complesso rapporto tra cittadini e partecipazione democratica; il terzo stadio tutto concentrato su un esperimento pratico assai originale: scrivere insieme uno Statuto del corso,che ne regolasse la vita interna, con tanto di diritti e doveri di studenti e docenti.

Eravamo tutti o quasi militanti del nascente movimento del 68. Accettammo la sfida. I piu’ radicali vi videro una insidia riformista: quella di volerci assorbire nel tessuto culturale della vecchia democrazia che volevamo distruggere. Un trucco baronale. Ma era tale il fascino di Pigliaru che nessuno di noi si sottrasse, e comincio’ allora una emozionante gara dialettica. Parlavamo tutti, su tutto. Lui parlava rispondendoci, con una voce che non avrei piu’ dimenticato: calda, pacata, cercando con cura le parole, sezionando i temi sino all’infinito, evitando gli slogan e le semplificazioni. Moltissime e varie le citazioni, da Marx a Gramsci, al “nostro” Mao, al Che, sino ai grandi della filosofia , Kant, Hegel, Fichte. Don Milani e la sua scuola aperta ai poveri. I grandi della Assemblea Costituente.

Erano, i suoi,interventi densissimi. E colpivano nel segno, perche’ noi eravamo indotti allora a prepararci le repliche, a studiare in biblioteca per cercare di rovesciare le sue fonti (non era facile), a controbattere.
Un dialogo serrato, aspro, duro: ma tuttavia pur sempre un dialogo. Aveva una voce particolare, rotta dal respiro difficile dei suoi polmoni corrosi: una sorta di fischio ne segnava come un metronomo le pause . Si vedeva che faticava a ogni frase. Ma proprio quella fatica dava al suo discorso un timbro implicito di verita’. Poteva sbagliare (secondo noi sbagliava) ma gli riconoscevamo di essere in buona fede. Era uno col quale valeva la pena di discutere.

E lui, per contro, ci diceva di considerarsi un militante, lui stesso, del movimento studentesco. Nel suo studiolo in via Manno,dove a volte ci convocava, campeggiava alle sue spalle un manifesto: lo scheletro in tocco e toga realizzato degli studenti torinesi, a sfregio della baronia accademica. E una volta che invademmo l’atrio universitario trascinandovi una insolita platea di giovanissimi operai della petrolchimica (“studenti, operai uniti nella lotta”) ci cedette la sua aula,solo scusandosi se per via del fumo non poteva partecipare alla assemblea.
Si creo’, con quel gruppo di studenti, un feeling molto particolare.
Mi dispiacque molto quando, morto lui improvvisamente durante una dialisi (aveva 49 anni), qualcuno disse che avevano contribuito a quell’esito i conflitti con gli studenti.
Certo che ci furono i conflitti, e anche aspri. Ma non credo che Pigliaru ne soffrisse, non di quei conflitti con noi almeno. Anzi,ne era stimolato, interessato. E se qualche strale polemico lo colpiva, la lezione successiva lo riprendeva e ci ragionava, e argomentava meglio e infine accettava o respingeva l’accusa. Non ci vezzeggiava, non cercava consenso come altri della nostra stessa
facolta’.
Ho un ricordo preciso, quando qualcuno appese ai cancelli del palazzo universitario un enorme striscione per denunciare uno dei baroni sassaresi: il nome della persona e poi la scritta infamante, “sei schifose lezioni all’anno”. Lui tenne su quel testo una intera lezione, il cui fulcro era quell’aggettivo, “schifose”. Ci rivelo’ allora che proprio quel barone era stato suo accanito avversario, contrastandone piu’ volte la difficile carriera.
Non lo stimava,ci disse.Lo detestava. Ma tuttavia gli aveva espresso la sua solidarietà per aver ricevuto quell’insulto degli studenti.

Cosi’ era fatto Antonio Pigliaru. Al di la’ dei suoi meriti di studioso giustamente messi in rilievo dal bel convegno cagliaritano a lui dedicato in questi giorni: era innanzitutto un uomo giusto.

Quando mori’ , in una piovosa giornata di marzo del 1969,il feretro fu esposto nell’aula del nostro seminario. Si fece una sorta di guardia d’onore,brevi picchetti di amici a rendergli omaggio in una staffetta interminabile. I primi fummo noi studenti del corso 1968-69. L’ultimo corso del Professore.

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