Antonio Gargano

di Francesco Paolo de Cristofaro

Nell’agosto del 1993 mi trovavo in vacanza, o meglio in villeggiatura, in una casa a Sorrento che i miei genitori e i miei zii avevano preso in affitto per l’estate, come accadeva ancora in quegli anni. Un giorno, mentre ce ne stiamo sulla spiaggia, zio Giorgio e mio cugino Diego ci annunciano che non trascorreranno la serata con noi, poiché devono andare a cena fuori insieme a un collega di zio: questi, inoltre, mi anticipa che a partire dall’autunno il misterioso convitato insegnerà proprio nella mia Facoltà una materia che io non ho mai sentito nominare, “Letterature comparate”. Va da sé che io non sono ammesso al desco perché zio, che è persona serissima, sta ben attento, per motivi educativi prima ancora che di deontologia, a evitare che possa ricevere favoritismi di sorta (l’aneddotica sul tema è rigogliosa e pure un po’ buffa). Il giorno dopo Diego mi parla con vividezza balzachiana di questo signorotto di mezza età con camicia a quadri, modi schietti e parlantina “ore rotundo”; mi confida che è divertentissimo e coltissimo, e che a prima vista tutto sembra, tranne che un docente universitario; quando poi gli chiedo che diamine sono queste Letterature comparate, me lo spiega benissimo, anche meglio di quanto riesca a fare io oggi.
Tre mesi più tardi, all’inizio dei corsi (allora si partiva a novembre), faccio il mio ingresso nell’aula 410 per cercare di penetrare il mistero delle Letterature comparate. Sono con me altri dieci-dodici curiosi, tra cui la mia ragazza, Silvana, e il mio amico più caro, Claudio. Ci sentiamo tutti orfani di Mazzacurati, che da due anni si è trasferito a Pisa; e siamo tutti più o meno rassegnati all’idea di non sentir parlare che di lettere italiane per il resto del nostro corso di studi. E invece, per sette mesi filati Antonio Gargano ci illustra tutto quello che sa, o almeno tutto quello che conta, circa la poesia d’amore romanza e della prima modernità: in un avventuroso, rigoroso, sorprendente viaggio che spazia attraverso versi e stanze, epoche e luoghi, culture e lingue lontanissime. Per non perderci nel labirinto dei metodi e delle teorie, abbiamo il privilegio di usare come bussola “L’uno e il molteplice”, il manuale di Claudio Guillén del quale proprio Gargano ha appena procurato un’ottima traduzione per il Mulino. Quel corso è senza dubbio una delle esperienze più appassionanti della mia formazione universitaria, e forse della mia gioventù. Decido allora che “da grande”, dopo la laurea, mi adopererò per fare il comparatista. A Napoli, però, il dottorato s’intitola ancora “Italianistica, con particolare attenzione per la letteratura meridionale”, e ho detto tutto. Comunque vengo fatto fuori senza troppi complimenti. Decido allora di provare in altre città: a Roma, dove la cattedra di Letterature comparate è ricoperta da Arturo Mazzarella, passo lo scritto, ma la prova orale prevede tre lingue straniere, e a me ne manca una. Il professor Gargano mi dice: vabbè, puoi fare un po’ di lezioni di spagnolo con mia moglie. E così è: per un mese circa, rigorosamente gratis, vado due-tre volte a settimana a studiare la lingua con quella donna di eccezionale simpatia e generosità che è Núria.
Nel frattempo Antonio e io siamo diventati amici. Lui mi confida cose anche molto personali, e quando lo fa il suo consueto habitus ironico cede il posto alla tristezza e perfino alla paura: perché purtroppo non sta bene, tanto che per pochissimo non viene stroncato da un infarto. Ad ogni modo, il dottorato termina felicemente e qualche anno più tardi mi si riaprono le porte della Federico II, dove nel frattempo, grazie soprattutto a lui, la comparatistica ha conquistato un rilievo tutt’altro che scontato (ben tre esami obbligatori nei primi tre anni, più uno nella specialistica) e, complessivamente, si osserva un’apertura inedita alla dimensione sovranazionale della letteratura. Nel 2005-2006 Antonio e Stefano Manferlotti mi affidano i primi corsi: dapprima proprio nella 410, poi nella Piovani, già aula di rappresentanza, convegni e adunanze plenarie. E nella primavera di diciotto anni fa, ancora da contrattista, mi capita una classe incredibile, coi ragazzi più in gamba di quella generazione (Vittorio, Assunta, Ida, Luca I, Luca II, Emanuele, Annalisa, Fabrizia, Cristiano…). Il guaio è che sono tutti carichissimi ed esigentissimi: hanno seguito un primo modulo (leggendario) di Antonio sul tema dell’ombra nella lirica e nella narrativa moderna, con al centro l’immenso Salinas. So bene che non potrò mai avvicinarmi a quel modello, ma non posso che cimentarmi e fare del mio meglio. Passano anni formidabili, pieni di entusiasmo e di scoperte. Antonio mi lascia del tutto libero nella didattica e in generale nella vita accademica, e mi parla spesso del suo personale dilemma disciplinare: abbracciare definitivamente la comparatistica o tornare a fare l’ispanista a tempo pieno? Un dilemma che ricalca quello che lo ha sempre tormentato circa i suoi maestri-modelli, e che costituisce, in realtà, un dilemma a tre teste: Alberto Varvaro, Francesco Orlando, Carmelo Samonà. Io gli suggerisco di gettarsi anima e corpo nella nuova avventura, ma lui non segue il consiglio; e fa bene. Lo fa anche per me, come capirò molto più tardi.
Qualche anno più tardi si verifica l’unico screzio tra noi in trent’anni di amicizia. Nasce da un malinteso e da un momento per me molto aspro dovuto alla salute di mio padre. Io gli manco di rispetto, per giunta in contesto istituzionale, ma lui comprende le mie difficoltà, accetta le scuse e assai presto mi sorride di nuovo. Ci ritroviamo e torniamo a scambiarci chiacchierate piacevoli e profonde, per lo più intorno a oggetti letterari; soprattutto, ci condividiamo idee, spesso critiche, circa la politica universitaria a culturale. Quando, meno di un anno fa, vengo chiamato come ordinario, lui parla di me in Consiglio di Dipartimento con emozione e affetto; quando, un mese e mezzo fa, lui diviene professore emerito, io parlo di lui in Consiglio di Dipartimento con riconoscenza e ammirazione. Non ringrazierò mai abbastanza il destino per avermi dato almeno il modo di compiere questo minimo risarcimento, o restituzione.

Ho deciso di scrivere questo lungo post – dopo una domenica d’infinita e impietrita tristezza, trascorsa ritrovando lettere e fotografie, rileggendo suoi saggi, ripensando a momenti trascorsi assieme – perché desideravo risultasse limpido per le persone che conosco, o almeno per coloro che hanno avuto la pazienza di leggere fin qui, quanto sia stato importante quest’uomo (anche) nella mia esistenza, e quanto grande sia la mia gratitudine nei suoi confronti. So bene che questa non è, in sé, una cosa di buon gusto, poiché per illustrare i doni che mi ha riservato nel corso degli anni ho dovuto parlare di me e adoperare la prima persona; ma non fa niente, al diavolo la sprezzatura, e poi se rinunci alla concretezza dei fatti le parole restano solo parole, e poi mi procurerò di certo altre occasioni per dire con serietà della sua straordinaria statura di docente e di studioso, stimato tanto dagli allievi quanto dalla comunità scientifica internazionale. Il fatto è che senza la lezione di Antonio, senza il suo sostegno costante e amorevole, senza la coerenza e la forza delle sue battaglie, senza la sua fiducia negli anni decisivi della sua formazione, senza il suo ascolto attento nel momento in cui cominciavo ad avere delle responsabilità, senza questo e molto altro, semplicemente la mia vita sarebbe stata diversa. Cosa che posso dire di lui e di pochissimi altri. Addio, mio maestro, mio amico.

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