Antonio Donghi

di Gian Ruggero Manzoni

ANTONIO DONGHI (Roma, 1897 – Roma, 1963) visse una gioventù infausta, così d’avere, per il resto della sua esistenza, un carattere timido, chiuso, schivo, incline al solipsismo, del resto i suoi genitori, Lorenzo, commerciante in tessuti originario lombardo, ed Ersilia de Santis, romana, seppure a inizio ’900 si separarono, dando, a quel tempo, scandalo, e abbandonarono il figlio al suo destino. Per Antonio fu un entrare e un uscire da vari collegi, visitato pochissimo dai suoi (per anni passò il Natale e anche l’estate presso gli istituti in cui era “segregato”), solo una zia lo sostenne e se ne fece carico, iscrivendolo al Regio Istituto di Belle Arti di Roma in modo che, facendo base da lei, Antonio si diplomò col massimo dei voti nel 1916. Finalmente giunsero un po’ di soldi dal padre che furono investiti in suoi viaggi studio a Firenze e Venezia, dove si dedicò a ricopiare i capolavori nei vari musei. Tornato a Roma il suo talento fu subito notato divenendo, in giovane età, uno dei protagonisti della Biennale di Roma. Iniziò a vendere e prese studio in un vicolo appartato di Trastevere, per nulla trafficato, così da stare lontano dal caos della capitale. Finalmente tenne la sua prima personale, era il 1924. Il successo fu a tal punto smisurato da portarlo alla famosa Galleria Pesaro di Milano, anche merito l’intervento di Sironi e della Sarfatti. Fu così che divenne uno dei principali esponenti del REALISMO MAGICO e la Biennale di Venezia l’accolse. Dal 1925, merito alcuni galleristi e la Sarfatti, iniziò a esporre anche all’estero: Svizzera, Stati Uniti, Argentina, Germania, Francia, di nuovo Stati Uniti, influenzando non pochi pittori d’oltreoceano. Giunse la guerra quindi il dopo guerra e, quale ex tesserato al Partito Nazionale Fascista, venne penalizzato, in Italia, dai vincitori, come poi alcuni altri suoi colleghi, ma non all’estero, infatti nel 1949 alcuni critici americani lo invitarono a esporre al MOMA di New York. Fu un altro trionfo. Anche il grande Edward Hopper lodò pubblicamente la sua opera. Donghi, sempre in accezione molto riservata, continuò a dipingere fino alla morte. Nel suo studio fu ritrovata una tela quasi compiuta posta sul cavalletto, seppure non ancora firmata dietro portava di già il titolo: “Ritorno dal lavoro”.

La bellissima opera che vi propongo del sublime Donghi si intitola: “Circus (Circo equestre – pagliaccio e domatore), è un olio su tela del 1927, cm 150 x 100.

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