Antigone illustrata

di Fabio Libero Grassi

Recensione al libro di Valentina Motta, Antigone Illustrata, Roma, Albatros, 2019, pp. 186.

Che bel libro limpido, umile, serio, meritorio, interessante e piacevole. Laureata sia in Storia dell’Arte sia in Filologia Greca, l’autrice ha compiuto un tenace, presumo faticoso, percorso di individuazione, reperimento e analisi delle rappresentazioni del mito di Antigone nella pittura dell’Ottocento, con qualche escursione nei secoli precedenti e successivi nonché qualche escursione nella scultura. Dico “presumo faticoso” perché Motta è andata a scovare opere di autori spesso poco noti e conservate in musei non del “grande giro” o in collezioni private.

Questo libro esplora tutti i topoi del mito, da quello della pietas filiale a quello della tentata sepoltura di Polinice, ossia della tragica ostinata contrapposizione con la ragion di stato impersonata da Creonte. Tra gli aspetti più interessanti che questo lavoro mette in evidenza è l’assenza o la presenza di Ismene, nel secondo caso con quale dialettica funzione; e quasi sempre campeggia Edipo. Con ammirevole asciuttezza e chiarezza, l’autrice mostra a quale delle fonti classiche, e con quale tasso di fedeltà, si riferiscano le opere riprodotte, nonché il gioco di sponda tra alcune di esse e altre grandi storie della tradizione occidentale, come quella di Re Lear e dell’onesta e devota figlia Cordelia. Né mancano puntuali riferimenti alle riflessioni di grandi filosofi come Hegel e Kierkegaard.

Mai una parola di troppo, in questo libro. E, con rare eccezioni, un olimpico minimalismo (non mi viene altro termine) sulla qualità delle opere in oggetto. Non tutte, ma buona parte, appartengono alla pittura accademica dell’Ottocento e, detto tra noi, al qui presente appaiono quasi sempre goffe, pesanti, enfatiche, imbarazzanti. Non so che cosa ne pensi la studiosa che ci ha regalato questo libro. Di sicuro questo libro, tra le tante altre cose, ci ricorda che, piaccia o non piaccia, non furono i Turner, non i Manet, non i Van Gogh, ma gli autori di queste “buone cose di pessimo gusto” a riflettere e a plasmare il gusto e l’immaginario della cultura europea dalla rivoluzione francese fino alla prima guerra mondiale (e qui ritornano in mente le annotazioni di studiosi come Arno J. Mayer).

In conclusione, e tanto più nei tempi grami che stiamo vivendo, consiglio a tutti di trovare questo libro e di concedersi due-tre ore di istruttivo diletto (se vi pare poco).

 

 

 

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