Anthony Braxton ‎– Six Compositions: Quartet

di Carlo Serra
Per una volta, la copertina non trae in inganno: la relazione profonda fra passione, creatività, improvvisazione, uso spontaneo di regole locali, crea un intreccio da camera di impressionante bellezza. E la cosa che sorprende è che i sei brani sono diversissimi fra loro, e spesso lasciano emergere una dimensione lirica, ludica, che non siamo abituati a collegare alla figura grande e tentacolare di Braxton. Anche quando si affacciano parentele, fra il primo e il quinto brano, sono le forme improvvisatorie a modificarsi, in un ascolto comune affascinante e impegnativo, dove spesso è Davis a prendersi il peso di sostenere la sostanza musicale del brano.
Questa seconda fase di Braxton, meno didascalica e dimostrativa degli splendidi esordi si stende fino alla metà degli anni novanta, e lascia trasparire una musicalità immensa, non ripetitiva, come ha scritto qualche analfabeta, anche americano. A me dispiace solo che un musicista non meno talentoso, come Anthony Davis, si sia poi un po’ chiuso, rispetto a quanto ha prodotto nei primi anni ottanta. Certo, leggere che Hemispheres è disco vecchio, lascia un po’ di amaro in bocca: qui però, di stanchezza non vi è traccia, anche se Braxton insiste con l’uso di ostinato, che richiamano non poco quelli giocati da Roscoe Mitchell nel bellissimo Noonah: solo che Braxton usa la carta minimalista solo in un brano.
Il quartetto fa grande musica, con Helias, Blackwell e Davis (scusate se è poco, che quartetto da sogno). Mi spiace solo averli persi dal vivo, un anno dopo che avevano inciso questa meraviglia. Mark Helias superbo.

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