Andai perché ci si crede. Vita e morte dell’anarchico Franco Serantini

di Armando Pepe

Il potere politico, amministrativo, giudiziario, deve mirare sempre all’equità; laddove si commetta un eccesso, il potere di fatto si trasforma in prepotenza. Di prepotenza, esercitata in nome del potere costituito, si può anche morire, come dimostrano i casi emblematici di Cucchi, Uva, Aldrovandi, Pinelli e Serantini, come d’altronde di tanti altri. Franco Serantini, forse, rappresenta il caso più angosciante, anche per via della situazione personale che viveva, senza mai aver conosciuto i genitori, senza affetti, senza protezioni sociali, se non quella dello Stato che avrebbe dovuto tutelarlo. Michele Battini, nel libro «Andai perché ci si crede». Il testamento dell’anarchico Serantini, edito da poco da Sellerio, ricostruisce con una prosa senza fronzoli, andando diritto al punto, sia la temperie pisana, tra la fine degli anni Sessanta e gli albori degli anni Settanta, sia la stentata esistenza del giovane anarchico di origini sarde, che fece della Toscana la propria regione d’elezione. Battini ha ben presente l’opera finora più famosa dedicata alle medesime vicende da Corrado Stajano che, a caldo (nel 1975), diede alle stampe Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, ma non vuole sovrapporsi ad essa; gli interessa soltanto ripercorrere, con gli strumenti dello storico, senza che la passione politica gli faccia velo-, dato che «negli anni ’ 60 e ’ 70 è stato militante dell’opposizione extraparlamentare marxista»-, lo svolgersi dei fatti. Dalle prime pagine emerge, in nuda cronaca, l’oggetto del volume ed il movente storiografico: «Franco Serantini agonizzò e morì in una cella tra il 5 e il 7 maggio 1972. Aveva ventuno anni. Nel 2012, quarant’anni dopo, il procuratore avvocato Arnaldo Massei mi aprì il suo archivio e mi affidò la delega per recuperare le carte relative alle istruttorie processuali sulla morte del giovane studente, depositate presso la Procura Generale di Firenze. Serantini, militante anarchico, era stato arrestato e ferito gravemente durante una manifestazione antifascista a Pisa, la sera del 5 maggio, ed era morto nel carcere della città due notti dopo» (p. 15). Se cambiassimo cognome e data, potremmo rivedere, e rivivere, le circostanze drammatiche toccate in sorte a tanti malcapitati, colpevoli solamente di essere deboli e, pertanto, indifesi di fronte ai soprusi, perpetrati in nome dello Stato. La memoria di un lettore avvertito corre subito alle pagine di Michel Foucault, contenute nelle edizioni feltrinelliane dei corsi al Collège de France. L’Autore illustra, con finezza intellettuale, il contesto cittadino di Pisa, che, nel corso dei secoli destò l’interesse di tanti e tanti personaggi, come Giacomo Leopardi, il quale scrisse alla sorella Paolina, durante l’autunno del 1827: «Questo Lung’Arno di Pisa è uno spettacolo così ampio, così magnifico, così ridente, che innamora». Questa frase è posta sull’epigrafe all’argine di Tramontana, dove si trova anche un’altra lapide in onore di Giuseppe Garibaldi, di ritorno dall’Aspromonte. «Esattamente alla stessa altezza, ma sulla riva opposta, corre il lungofiume dove Franco Serantini venne massacrato nel maggio del 1972, a conclusione di una campagna elettorale costellata dalle violenze neofasciste» (p. 25).  Correvano gli anni in cui la Contestazione si faceva sentire rumorosamente, contro il caroviveri e contro lo sfoggio di superflua ricchezza, come contro il locale “La Bussola”, in Versilia, protesta promossa da nuclei di Potere Operaio (PotOp), di Pisa e di Massa. «La protesta della Bussola era stata decisa come un’azione esemplare subito dopo lo sviluppo degli scioperi dei dipendenti dei grandi magazzini proclamati per il 21 e 22 dicembre [1968] in tutta Italia» (p. 43). Franco Serantini visse quegli eventi, che costituivano l’effetto e la conseguenza di movimenti epocali. «Le fabbriche Marzotto, Saint-Gobain, Piaggio furono i luoghi più importanti del Sessantotto operaio a Pisa. Pisa, nel 1968, era infatti ancora una città operaia: Una città proletaria avrebbe intitolato anni dopo un suo romanzo lo scrittore Athos Bigongiali, riferendosi alla Pisa tra XIX e XX secolo» (p. 45). Nel versante anarchico, che tanta parte aveva in città, sulle indimenticate orme di Pietro Gori, si inserì Franco Serantini, il quale aderì al gruppo Pinelli (dal nome di Giuseppe Pinelli, ferroviere morto in circostanze poco chiare a Milano nel dicembre del 1969). «Il gruppo era una minuscola formazione composta quasi esclusivamente da coetanei: una decina di adolescenti in tutto, che si erano resi autonomi dalla Federazione Anarchica Italiana, ma solevano convocarsi sempre nella sua sede pisana» (p. 66).  Una socialità che Serantini ricercava volutamente, poiché «aveva conosciuto in vita quasi sempre solo celle: le celle dell’orfanatrofio, del collegio, del riformatorio, sino alla cella numero 7 del carcere pisano Don Giovanni Bosco» (p. 76). Il giorno fatidico fu il 5 maggio 1972, quando, in previsione di un comizio politico che avrebbe dovuto tenere a Pisa l’onorevole missino Giuseppe (Beppe) Niccolai, scoppiò il pandemonio, analiticamente descritto da Battini. La polizia, in assetto antisommossa, usò la mano pesante. Davanti agli occhi del lettore sembrano scorrere le immagini del G8 di Genova, del 2001. Analogie e parallelismi sono lampanti. «Il questore [Mariano] Perris diresse l’ordine pubblico in città durante la manifestazione al termine della quale Serantini venne massacrato dagli agenti di polizia. I documenti, gli ordini del giorno, i comandi da lui impartiti furono decisivi per predisporre lo schieramento militare di quella giornata e un tipo di repressione che doveva tradursi in violenza sfrenata, provata non solo nel caso di Serantini, ma anche di decine e decine di altri manifestanti, che vennero furiosamente percossi con i manganelli, colpiti da proiettili lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, schiacciati dal calcio dei fucili» (p. 93). Il cosentino Mariano Perris, nato nel 1913, «si era formato nelle scuole di polizia del regime fascista, e dal 1942 era stato un funzionario dell’Ispettorato Speciale per la Venezia-Giulia, istituito con decreto di Mussolini e posto sotto la diretta dipendenza del Ministero dell’Interno» (p.94). Perris aveva trascorsi equivoci, un passato pieno di ombre, colonna di un apparato statale bloccardo, avvitato su schemi retrogradi, di pura intransigenza nei confronti delle nuove istanze sociali. Una dialettica difficile, ardua se non impraticabile si riscontrava anche all’interno della magistratura, divisa in due, la vecchia guardia autoritaria, emblematicamente rappresentata dal procuratore generale della Corte d’appello di Firenze Mario Calamari (morto a Firenze il 4 febbraio del 2011, all’età di quasi 102 anni), e i giovani portatori di più avanzate sollecitazioni sociali, generalmente sulla scia della corrente di Magistratura Democratica. «Tre giorni dopo la morte, il primo giudice istruttore, dottor Giovanni Sellaroli, interrogò il commissario che aveva arrestato Franco Serantini. La deposizione del dottor Giuseppe Pironomonte costituì la prima versione fornita da un funzionario di polizia delle circostanze dell’arresto, avvenuto dopo che le truppe si erano dirette contro il gruppo più consistente, attestato tra il Ponte di Mezzo e Lungarno Gambacorti, nella parte meridionale della città» (p. 99). Serantini, precedentemente, era stato interrogato in carcere, per la precisione il 6 maggio 1972, alle ore 12 e 30. Nel verbale, redatto in un linguaggio piuttosto scarno, a domande formulari, Serantini rispondeva con verità apodittiche: «chiesto all’imputato per quale ragione si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti, risponde: “ci andai perché ci si crede”; chiesto all’imputato in che cosa crede, risponde: “sono anarchico”» (p. 104). In contingenze similari a quelle di Cucchi, come si ricordava all’inizio, Serantini morì. «Esistono agli atti, infatti, ben due certificati di morte. Nel primo la morte è diagnosticata come la conseguenza di un’emorragia cerebrale per “causa violenta accidentale”; nell’altro si accenna, per sopravvenuta prudenza, a “una causa da determinare”» (pp. 112-113). Mistero nel mistero. Però, il funzionario comunale di Pisa, Antonio Abenaim, fece in modo che fosse disposto un esame autoptico; «il funzionario leale alla legge, rigoroso nel rispetto del regolamento, fermo nella scelta di respingere quei certificati vergognosi e di resistere alle ripetute e indebite pressioni si chiamava Antonio Abenaim. Nuclei familiari di ebrei con cognome Abenaim si erano insediati nelle zone delle colline pisane e nelle città di Livorno e Pisa sin dall’inizio del secolo XIX, forse anche da prima…Gli Abenaim erano dunque di origine sefardita» (p. 114). Alcuni Abenaim trovarono la morte nei campi di sterminio nazisti. Una persona, come Antonio Abenaim, che aveva visto morire dei propri parenti in quelle tragiche circostanze, non poteva avere paura di nulla, di nessuna ritorsione. «La perizia medico-legale sul corpo di Franco Serantini venne eseguita il giorno 8 maggio [1972], presso l’obitorio dell’Istituto di medicina legale e delle assicurazioni dell’Università di Pisa» (p. 116). Si appurò l’esatta dinamica degli avvenimenti, e non ci fu scusa che tenesse. Nelle pagine conclusive, Battini sottolinea, con acume, che «l’accostamento tra l’uccisione di Serantini e la morte di Pinelli venne proposto sin dal primo articolo apparso dopo la sua morte, in “Lotta Continua”. Anche Adriano Sofri, nel comizio pisano del 13 maggio in morte di Serantini, avvicinò subito il suo nome e la sua figura a quella di Pinelli» (145). Il commissario Luigi Calabresi, che aveva condotto nella questura milanese l’interrogatorio all’anarchico Giuseppe Pinelli, fu ucciso a colpi di revolverate il 17 maggio 1972. Non si hanno gli strumenti idonei per sapere se si sia trattato di una pura coincidenza, in un’epoca in cui era impegnativo definirsi pienamente innocenti.

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