Alla luce della Lanterna

di Armando Pepe

Ho portato a termine in pochi giorni la lettura dell’ultimo libro di Sergio Luzzatto, dal titolo “Dolore e Furore”, appena edito per i tipi della Einaudi, incentrato sulla storia della colonna genovese delle Brigate Rosse.

Da abile narratore, che gioca in modo ambivalente, sul filo della memoria privata e pubblica, Luzzatto comincia a parlare della Genova di via Balbi, dove, nella Facoltà di Lettere, sul finire degli anni Sessanta del Novecento, insegnavano lo storico Gianfranco Faina e il filologo Enrico Fenzi, entrambi partecipi della lotta armata. Faina si distaccò dalle Brigate Rosse, creando una formazione armata tutta sua, Fenzi invece restò fedele al movimento eversivo, anche se in seguito, una volta in carcere, spifferò tutto agli investigatori.

Il libro, dal titolo un po’ ingannevole e fuorviante, poiché non di tutte le Brigate Rosse si parla ma solamente della colonna genovese, si poggia su di una pietra angolare, la dura vita di Riccardo Dura, adolescente borderline, marinaio, poi dirigente delle BR, morto in un appartamento, a Genova, in via Fracchia (uno scrittore, che magari aveva dato lo spunto a Paolo Villaggio per creare l’omonimo e più famoso personaggio televisivo) dove erano entrati i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Nella descrizione ambientale Luzzatto ci sa fare, poiché mette insieme cose diverse: la vita nei carrugi, la presenza emblematica del Cardinale Giuseppe Siri, – tradizionalista, cui faceva da contraltare il progressista Don Andrea Gallo,- la vita della povera gente e della borghesia piccola, media e alta. Ne esce fuori un succoso ritratto corale, che si fa leggere con piacere.

Con la  penna intinta nell’ironia l’autore affila stilettate contro gli storici della domenica, essendo quello delle BR un argomento abusato, ma non è ironico quando avanza delle ipotesi, la principale delle quali riguarda gli intellettuali che leggevano le lettere di Aldo Moro durante la prigionia.

Sposando una ipotesi già avanzata da Miguel Gotor, l’autore crede fermamente che ad analizzare le carte di Aldo Moro siano stati Enrico Fenzi e Giovanni Senzani, (forlivese, laureato in legge, cognato di Fenzi, avendone sposato la sorella, sociologo, che andava avanti a borse di studio del CNR, senza nulla produrre).

Giovanni Senzani, a capo delle BR quando venne sequestrato il politico Ciro Cirillo, l’assessore regionale Campano, già apparteneva all’organizzazione terroristica ai tempi dell’affaire Moro, e con lui Fenzi. Non è pensabile, secondo Luzzatto, che un perito industriale come Moretti, uno sgrammaticato come Gallinari e altri non istruiti potessero intendere il pensiero di Moro, troppo profondo per loro.

È una tesi plausibile, accettabile, ma che tuttavia ha bisogno di essere dimostrata, da una prova del nove di stampo archivistico.

Un libro, quello di Luzzatto, che incrocia fonti orali e fonti scritte, di uno storico sagace, che scova gli archivi e scava nei documenti, di uno che sta metodologica ente avanti, che sa far parlare le fonti. Per uno storico ogni cosa è una fonte.

Luzzatto e Gotor sono stati colleghi all’università degli studi di Torino, il primo come ordinario, il secondo come ricercatore e associato, di Storia moderna. Infatti, ogni tanto, l’autore gioca di sponda, offrendo il destro all’ipotesi del collega.

Alla fine, ne rimane una storia con un retrogusto amaro, soprattutto per la fine prematura e disordinata di Gianfranco Faina, storiografo di fine intuito, autore di lavori interessanti-, dallo studio sul porto di Genova nel XVII secolo fino alle lotte tra fascisti e antifascisti in Liguria dal 1919 al 1922-, appassionato di biopolitica per l’assidua lettura di Michel Foucault.

Incidentalmente, Luzzatto parla di quando Enrico Fenzi dava la baia, dissimulardo la sua appartenenza alle BR, a Claudio Costantini, grande storico modernista dell’accademia ligure.

Manca nel libro un accenno a Edoardo Grendi, altro grande storico. Mi sarebbe piaciuto molto sapere la sua opinione sulla Genova di quegli anni.

La foto di copertina è tratta da un quadro del pittore-brigatista Livio Baistrocchi, tuttora latitante.

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